Yayoi Kusama: scomparire dentro l’infinito
Pois, reti, specchi, zucche e stanze senza fine. Dietro uno dei linguaggi più riconoscibili dell’arte contemporanea, Yayoi Kusama ha costruito per oltre settant’anni una ricerca sulla dissoluzione dell’individuo. Ma cosa accade quando un’arte nata per far scomparire l’io diventa immediatamente riconoscibile da milioni di persone?

“I pois sono una via verso l’infinito.”
— Yayoi Kusama, citata da Tate
Un punto non è mai soltanto un punto
È difficile trovare un linguaggio artistico contemporaneo più immediatamente riconoscibile di quello di Yayoi Kusama. Basta un campo di pois, una zucca gialla coperta di punti neri o una stanza moltiplicata dagli specchi. Ma fermarsi alla superficie significherebbe perdere quasi tutto. Nata a Matsumoto nel 1929 e formatasi inizialmente nella pittura tradizionale Nihonga, Kusama ha trasformato la ripetizione in uno strumento per interrogare qualcosa di molto più grande dell’immagine: il confine tra individuo e mondo. Nel 1958 si trasferisce a New York, attratta dalla scena sperimentale del dopoguerra, e l’anno successivo realizza i primi grandi Infinity Nets: tele attraversate da migliaia di piccoli segni ripetuti fino a far quasi scomparire il limite della superficie.

Ripetere fino a scomparire
La ripetizione, per Kusama, non è mai stata un semplice pattern. Negli anni Sessanta invade progressivamente oggetti, corpi e ambienti. Nascono le sculture morbide della serie Accumulation, mentre dal 1967 l’artista organizza happening nei quali dipinge pois sui partecipanti e porta il proprio universo visivo dentro Central Park, il Museum of Modern Art e persino davanti alla New York Stock Exchange.
Kusama utilizza il termine self-obliteration: annullare simbolicamente i confini dell’io attraverso la ripetizione, fino a rendere corpo e ambiente parti dello stesso campo visivo. Tate riporta una sua formulazione particolarmente chiara: i pois sono una via verso l’infinito. Dove finiamo noi e dove comincia ciò che ci circonda?

Quando la pittura diventa un luogo
Nel 1965 questa ricerca compie un passaggio decisivo con Infinity Mirror Room—Phalli’s Field. Gli specchi permettono a Kusama di trasformare fisicamente ciò che le Infinity Nets avevano già cercato sulla tela: una ripetizione senza un punto finale visibile. Il visitatore non rimane più davanti all’opera. Entra al suo interno e vede la propria immagine moltiplicarsi insieme a tutto il resto. Lo Smithsonian Hirshhorn Museum considera questa prima Infinity Mirror Room una svolta nella pratica dell’artista proprio perché la ripetizione diventa esperienza percettiva.

L’artista che voleva dissolversi è diventata un’icona
Qui emerge uno dei paradossi più affascinanti della storia di Kusama. Un linguaggio costruito intorno all’annullamento dell’individualità è diventato una firma impossibile da confondere. Nel 1993 l’artista rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia con un ambiente specchiante popolato da zucche; negli anni successivi le zucche, i pois e le Infinity Mirror Rooms entrano nell’immaginario globale.
La scala della sua popolarità è ormai museale e insieme popolare nel senso più ampio del termine. La grande retrospettiva alla National Gallery of Victoria di Melbourne, aperta tra dicembre 2024 e aprile 2025 con circa 200 opere, ha superato i 570.000 visitatori, stabilendo un nuovo record di affluenza per il museo. Può un’arte nata per dissolvere l’ego sopravvivere alla propria trasformazione in icona globale?

Oltre il fenomeno Instagram
Le Infinity Mirror Rooms sono diventate perfette per l’epoca dello smartphone: immersive, immediatamente fotografabili, riconoscibili in pochi secondi. Ma sono nate decenni prima dei social media. Ridurle alla loro fotogenicità significherebbe quindi leggere il presente all’indietro. Quando Kusama costruisce la prima stanza specchiante nel 1965, sta cercando una forma fisica per idee che attraversavano la sua pittura già da anni: infinito, ripetizione, ossessione, perdita dei confini individuali.
Il fatto che milioni di persone desiderino oggi fotografarsi proprio dentro un’opera pensata intorno alla dissoluzione del sé aggiunge, semmai, un nuovo livello alla questione. Entriamo nell’infinito e la prima cosa che cerchiamo è ancora la nostra immagine.

L’infinito è ancora una domanda umana
Dopo il ritorno in Giappone nel 1973, Kusama ha continuato a lavorare tra pittura, scultura, installazione, letteratura e poesia. Nel 2009 ha iniziato la serie My Eternal Soul, arrivata a circa 900 dipinti nel 2021; nello stesso anno ha avviato Every Day I Pray for Love. Il suo sito ufficiale descrive la continuità della ricerca attraverso natura, amore, vita, morte e infinito.
È forse questa persistenza a spiegare perché il suo lavoro abbia attraversato epoche così differenti senza dipendere completamente da nessuna di esse. Dietro l’immagine popolare dei pois rimane una domanda molto antica: cosa significa essere un individuo dentro qualcosa di immensamente più grande? Kusama ha provato a rispondere riempiendo tele, corpi e stanze fino a cancellarne i confini. Eppure, davanti agli specchi, continuiamo a cercare noi stessi.
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