Vivian Greven: il corpo nell’epoca delle immagini perfette
Corpi levigati come marmo, pelle senza imperfezioni, mani che si sfiorano e figure sospese tra scultura classica e avatar digitale. Vivian Greven usa la pittura per interrogare una contraddizione del presente: non abbiamo mai visto così tante immagini del corpo, ma vedere significa ancora sentirne la presenza?

“Il colore non è una rappresentazione della realtà. È molto più una rappresentazione di energia, emozione e temperatura.”
— Vivian Greven, intervista a Wallpaper*, 2024
Un corpo che sembra quasi reale
La pelle è liscia. Quasi troppo. Una mano sfiora un’altra mano, un volto emerge da una superficie luminosa, una figura sembra avere la consistenza del marmo e contemporaneamente quella di un’immagine generata da uno schermo. Nei dipinti di Vivian Greven il corpo appare vicino e distante nello stesso momento. Nata a Bonn nel 1985 e attiva a Düsseldorf, l’artista ha costruito un linguaggio nel quale antichità classica, Pop Art e cultura digitale entrano continuamente in contatto. Le sue figure possono ricordare una scultura greco-romana, un’immagine pubblicitaria o un avatar. Nessuna di queste identità prevale completamente sulle altre.

Dal marmo allo schermo
Accostare una Venere classica a Instagram potrebbe sembrare un salto enorme. Nella pittura di Greven, invece, la distanza si riduce. Entrambi producono immagini idealizzate del corpo. Entrambi trasformano la superficie in qualcosa da osservare e desiderare. Kadel Willborn descrive la sua ricerca come un incontro tra concetti dell’antichità, Pop Art e mondi digitali, dentro un presente in cui internet e social media hanno reso sempre più instabili le gerarchie tra originale, riproduzione e simulazione.
La differenza non viene cancellata. Viene messa in tensione. La levigatezza del marmo antico può improvvisamente assomigliare alla pelle filtrata di un volto online. Una figura mitologica può acquisire l’assenza emotiva di un avatar. Quanto deve diventare perfetto un corpo prima di smettere di sembrarci vivo?

La pelle è una soglia
Per comprendere Greven bisogna guardare la superficie. L’artista ha raccontato di essere da sempre interessata alla pelle come membrana: il punto in cui ciò che vediamo incontra il volume e il corpo che esistono al di sotto. Anche tecnicamente i quadri giocano su questo limite. Alcune parti emergono fisicamente come rilievi, mentre altre costruiscono illusioni di profondità attraverso gradazioni quasi immateriali. La pittura oscilla così tra oggetto e immagine, tra la presenza concreta della tela e la luminosità apparentemente incorporea di una finestra LCD.

Quasi un bacio, quasi un avatar
È proprio nell’intimità che questa ambiguità diventa più evidente. Le figure di Greven si toccano, si avvicinano, sembrano sul punto di baciarsi. Eppure qualcosa impedisce alla scena di diventare completamente umana. Gli occhi possono essere privi di pupille, la pelle non mostra pori, i corpi sembrano non respirare. Parlando della personale When the Sun Hits the Moon, presentata da Perrotin a New York nel 2024, Greven associava questa condizione alla sensazione contemporanea di essere disconnessi dal proprio corpo: attraversare le giornate occupati, presenti fisicamente ma incapaci di sentirle davvero.
È un passaggio importante. Il digitale, nei suoi quadri, non è soltanto un’estetica. Diventa una condizione psicologica. L’avatar non è necessariamente un personaggio virtuale. Può essere ciò che diventiamo quando continuiamo a funzionare senza essere realmente presenti.

I miti non sono mai rimasti nel passato
Venere, Cupido e Psiche, Daphne, la Sfinge, Undine. La pittura di Greven torna continuamente verso figure mitologiche e immagini che appartengono alla storia dell’arte occidentale. Ma non lo fa per ricostruire il passato. Le utilizza come strutture attraverso cui parlare di desiderio, trasformazione, identità e relazione. Nella personale americana del 2024 riapparivano, tra gli altri riferimenti, la Venere e il celebre gruppo neoclassico di Antonio Canova dedicato a Cupido e Psiche. Nelle opere più recenti, Daphne può fondersi con un albero e la ninfa acquatica Undine entra in una dimensione fatta di lacrime, acqua e metamorfosi.
Il mito, in questo senso, funziona quasi come un’immagine virale antichissima. Attraversa secoli, viene riprodotto, modificato e utilizzato per raccontare ogni volta qualcosa di diverso. Non esiste quindi un contrasto netto tra antico e contemporaneo. Esiste una lunga storia di immagini che continuano a cambiare insieme a chi le guarda.

In Bloom: esistere significa trasformarsi
Nel 2026 questa ricerca entra in una nuova fase con In Bloom, prima personale di Greven in Corea, inaugurata il 2 luglio da Perrotin Seoul. Il centro della mostra è la metamorfosi: figure, mani, fiori e frammenti di corpi attraversano stati differenti senza stabilizzarsi completamente in nessuno. Daphne diventa pianta; umano e non umano cominciano a confondersi; il fiore può essere contemporaneamente simbolo erotico, oggetto da contemplare e immagine della trasformazione.
Qui la metamorfosi smette di essere un evento fantastico riservato agli eroi della mitologia. Diventa una condizione ordinaria dell’esistenza. Il corpo nasce, cresce, desidera, invecchia, cambia. Anche l’identità non rimane mai completamente ferma. In quale momento preciso smettiamo di essere ciò che eravamo e diventiamo ciò che saremo?

Immagini velocissime, pittura lentissima
C’è un paradosso anche nel modo in cui queste opere vengono realizzate. L’estetica può ricordare Photoshop, rendering digitali o immagini che scorrono sui nostri telefoni, ma il processo è ostinatamente fisico e lento. Greven raccoglie immagini in un archivio digitale. Quando una di esse continua a richiamare la sua attenzione, la stampa e inizia a costruire collage manuali, tagliando, invertendo e ricomponendo le forme come se stesse utilizzando un software, ma con carta e forbici. Soltanto dopo trasferisce la composizione sulla tela e procede attraverso numerosi strati di olio. Tra pittura e tempi di asciugatura, un singolo lavoro può richiedere fino a sei mesi.
È difficile immaginare un processo più lontano dallo scrolling. Un’immagine può attraversare il nostro schermo per mezzo secondo e richiedere mesi per essere ricostruita come dipinto. Questa lentezza non è nostalgia per un mondo precedente al digitale. È forse il modo in cui Greven costringe un’immagine contemporanea a recuperare peso, materia e tempo.

Vedere non significa ancora sentire
Vivian Greven lavora dentro una delle grandi contraddizioni della cultura visiva contemporanea. I corpi sono ovunque. Li ingrandiamo, li modifichiamo, li confrontiamo, li desideriamo e li scorriamo quotidianamente. Ma la quantità di immagini non rende necessariamente più semplice comprendere cosa significhi abitare realmente un corpo. È qui che la pittura torna utile. La tela possiede una superficie, proprio come uno schermo, ma non scompare quando cambiamo contenuto. Richiede presenza. Occupa spazio. Conserva il tempo necessario per essere stata dipinta. Greven prende quindi alcune delle immagini più immateriali del nostro presente e le riporta dentro un oggetto fisico. Poi introduce qualcosa che lo schermo fatica ancora a restituire completamente: pelle, desiderio, temperatura, vicinanza, trasformazione. Se possiamo vedere un corpo perfettamente senza riuscire più a sentirne la presenza, che cosa stiamo realmente guardando? Forse è questa la tensione più importante della sua pittura. Non scegliere tra marmo e pixel, passato e presente, corpo e immagine. Ma ricordarci che tra una superficie e ciò che esiste sotto di essa rimane sempre una distanza. Ed è proprio dentro quella distanza che continuiamo a cercare gli altri.
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