Becky Tucker: e se il futuro sembrasse un reperto archeologico?
Creature pallide, rettili impossibili, armature, volti che compaiono sulle ginocchia e ceramiche che potrebbero avere cento oppure tremila anni. Becky Tucker costruisce oggetti volutamente difficili da collocare nel tempo, mescolando archeologia, mitologia, horror e fantascienza. Ma se un giorno qualcuno trovasse i resti della nostra civiltà, quanto riuscirebbe davvero a capire di noi?

“Sento che un’opera ha funzionato quando è difficile capire dove collocarla.”
— Becky Tucker, intervista a Metal Magazine
Oggetti provenienti da un tempo che non esiste
Una creatura umanoide ha un volto sul torso, un altro sembra comparire vicino al ginocchio; corna e appendici crescono in punti improbabili, mentre rettili fantastici condividono lo spazio con figure che potrebbero appartenere tanto a una civiltà perduta quanto a un film ambientato tra migliaia di anni. È il mondo di Becky Tucker, artista britannica nata nel 1993, formatasi all’Edinburgh College of Art e oggi attiva a Glasgow, dove lavora soprattutto attraverso la scultura ceramica. Tucker cerca deliberatamente questa confusione temporale. Le sue opere attingono ad antichi manufatti, architetture, armature, costumi, cinema e immagini fantastiche, ma evitano di appartenere completamente a una fonte precisa. Nel 2025, parlando con Metal Magazine, l’artista spiegava che l’anacronismo è fondamentale nella sua ricerca e che considera riuscito un lavoro quando diventa difficile capire da dove provenga. Questa ambiguità modifica immediatamente il modo in cui guardiamo una scultura. Se non sappiamo se ciò che abbiamo davanti appartenga al passato o al futuro, siamo costretti a domandarci su quali indizi costruiamo normalmente la nostra idea del tempo.

Un serpente non significa sempre la stessa cosa
Una delle cose che interessano maggiormente Tucker è la capacità dei simboli di cambiare significato mentre attraversano culture e secoli. Il serpente può rappresentare fertilità, desiderio, inganno, male, trasformazione oppure eternità; la stessa figura sopravvive, ma ciò che una comunità vede al suo interno può essere completamente diverso. L’artista ricerca proprio immagini di questo tipo, presenti in epoche lontane tra loro ma mai definitivamente fissate a un’unica interpretazione. Le sue creature diventano così qualcosa di diverso da personaggi di fantasia. Sembrano manufatti appartenenti a culture di cui abbiamo perduto il codice e, come accade davanti a molti reperti archeologici, siamo tentati di attribuire loro immediatamente una funzione: divinità, guardiano, mostro, oggetto rituale, armatura. Tucker evita però di confermare una risposta, lasciando che riferimenti incompatibili possano continuare a convivere. È una dinamica che riguarda anche il presente. Produciamo continuamente simboli, immagini e oggetti pensando che il loro significato sia evidente; la storia dimostra invece quanto velocemente un’immagine possa essere reinterpretata. Forse nessun simbolo ci appartiene davvero per sempre.

Sembrano immobili, ma potrebbero essersi appena fermati
Tucker ha iniziato a lavorare seriamente con l’argilla nel 2020, dopo avere trascorso gli anni della formazione soprattutto tra pittura e disegno. Piccoli modelli realizzati inizialmente in cera e polymer clay finirono per interessarla più dei dipinti per i quali erano stati concepiti, spostando progressivamente il centro della sua pratica verso la scultura. Oggi lavora spesso costruendo direttamente il volume, modificando le forme mentre crescono e accettando l’imprevedibilità della cottura e degli strati di smalto come parte del processo. L’argilla è particolarmente adatta al suo universo perché può sembrare contemporaneamente corpo e reperto. Tucker mette questa qualità in relazione con i fossili: ciò che osserviamo è immobile, ma contiene ancora la memoria di qualcosa che un tempo potrebbe essere stato vivo. Le sue sculture giocano precisamente su questa soglia, suggerendo creature momentaneamente congelate piuttosto che semplici oggetti inanimati. È forse per questo che possono produrre una sensazione così strana. Non ci chiediamo soltanto che cosa siano, ma che cosa potrebbero fare se ricominciassero a muoversi.

The Quarry: scavare nella storia senza sapere cosa troveremo
Nel 2025 questa ricerca trova una forma particolarmente chiara in The Quarry, personale alla Galerie Fabian Lang di Zurigo. Tucker costruisce una stanza popolata da creature immaginarie o reinventate; Frieze, inserendo la mostra tra quelle da vedere durante la settimana di Art Basel e Zurich Art Weekend, descriveva l’esperienza come quella di entrare in uno spazio nel quale si ha immediatamente la sensazione di essere osservati. Figure umanoidi come Atlas condividono l’ambiente con rettili fantastici, e la precisione della ceramica rende quelle presenze abbastanza convincenti da sembrare reperti provenienti da un mondo reale ma sconosciuto. Il titolo contiene già il metodo dell’artista. Quarry significa cava, luogo dal quale estrarre materia, ma può indicare anche la preda che viene cercata o inseguita. Tucker parla infatti di un doppio scavo: dentro i materiali e dentro la storia. Per questa mostra la ricerca era passata anche da Doggerland, territorio preistorico oggi sommerso dal Mare del Nord, conosciuto attraverso oggetti riaffiorati e tracce archeologiche. Scavare, però, non significa necessariamente trovare risposte. A volte significa soltanto recuperare abbastanza frammenti da poter immaginare un mondo che non possiamo più verificare.

Che cosa capiranno di noi quando resteranno soltanto gli oggetti?
Negli ultimi anni il lavoro di Becky Tucker è passato dalla personale Arca a Londra nel 2023 a Umbra da Steve Turner a Los Angeles nel 2024 e The Quarry a Zurigo nel 2025; oggi è rappresentata dalla Galerie Fabian Lang e la sua ricerca continua a circolare tra mostre e fiere internazionali. Il percorso conta, ma forse è più interessante ciò che rimane costante: Tucker continua a costruire oggetti che sembrano ricordare qualcosa senza permetterci di capire esattamente che cosa. In fondo è ciò che facciamo ogni volta che osserviamo una civiltà scomparsa. Ricostruiamo credenze, paure e gerarchie a partire da statue, tombe, armature, decorazioni e frammenti, pur sapendo che una parte enorme del loro significato è andata perduta. Le creature di Tucker capovolgono questa esperienza: invece di mostrarci reperti autentici del passato, producono oggi gli oggetti di un’archeologia impossibile. E così la domanda smette di riguardare soltanto loro. Se tra tremila anni qualcuno trovasse ciò che stiamo lasciando dietro di noi, quali idee completamente sbagliate potrebbe costruire su chi siamo stati? Forse ogni civiltà immagina di conoscere perfettamente il proprio presente. Tucker ci ricorda quanto rapidamente il presente possa trasformarsi in mistero.
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