Ben Crase: cosa succede quando il cowboy smette di dover essere duro?
Cappelli rosa, saloon, orsi, grandi felini, lampadari e uomini che sembrano fratelli. Ben Crase prende uno dei simboli più resistenti dell’immaginario americano — il cowboy — e lo allontana dalla conquista, dalla forza e dalla solitudine per parlare di amicizia, vulnerabilità e appartenenza. Ma quanto cambia un mito quando permettiamo ai suoi uomini di essere finalmente gentili?

“Per me i cappelli rosa simboleggiano l’uguaglianza a tutti i livelli. Se non abbiamo uguaglianza, non abbiamo niente.”
— Ben Crase, in occasione di SWEETFELLA, Vigo Gallery
Il cowboy che abbiamo imparato a conoscere
Pochi personaggi sono stati costruiti dall’immaginario collettivo con la stessa precisione del cowboy americano. È solo, resistente, armato, capace di attraversare territori ostili senza mostrare paura e quasi sempre abbastanza autosufficiente da non avere bisogno di nessuno. Cinema, pubblicità e cultura pop hanno trasformato questa figura in qualcosa di molto più grande della sua realtà storica: un modello di mascolinità nel quale forza e indipendenza finiscono spesso per coincidere. Nella pittura di Ben Crase il West è ancora immediatamente riconoscibile, ma qualcosa è cambiato. Nato nel 1976 a Butte, in Montana, e oggi attivo a San Diego, Crase dipinge uomini con enormi cappelli rosa dentro saloon e interni impossibili, circondati da motivi decorativi, animali e colori che sembrano appartenere più a un sogno che a un western tradizionale. PIERMARQ, che presenta il suo lavoro a livello internazionale, descrive queste figure come autoritratti immersi in ambienti deformati e giocosi, mentre i cappelli rosa diventano simboli di cameratismo, compassione e legame. Vigo Gallery legge più esplicitamente la sua pittura come una revisione della mascolinità della frontiera, nella quale teatralità, tenerezza e introspezione prendono il posto della conquista e della spacconeria. Crase non elimina quindi il cowboy. Fa qualcosa di più interessante: conserva il mito abbastanza da renderlo riconoscibile e poi gli toglie progressivamente l’obbligo di comportarsi come ci aspettiamo.

Il suo West non viene dal cinema
Dietro queste immagini non c’è soltanto una riflessione sull’iconografia americana, perché il West di Crase parte da un luogo molto preciso: Butte, Montana, la città mineraria nella quale è cresciuto. In occasione della personale SWEETFELLA del 2025 a Londra, Vigo Gallery ha ricostruito il rapporto dell’artista con una città che durante il proprio boom minerario arrivò ad avere oltre 165 bar e nella quale il saloon non rappresentava per lui un set cinematografico, ma un elemento ordinario della vita sociale. Crase ricorda di avere iniziato a frequentare quei luoghi già da bambino insieme al nonno, che gestiva un’attività di consegna di snack ai bar della zona. Questa origine cambia profondamente il significato delle sue scene. I bar dipinti non appartengono semplicemente alla nostalgia per un’America scomparsa, ma mescolano memoria personale e invenzione, ricordi familiari e immagini collettive. Anche Smoke On The River, la sua prima personale americana presentata da Anna Zorina Gallery a New York nel 2024, nasceva da un ricordo estremamente intimo: le estati trascorse sul fiume con il padre, mentre quest’ultimo guidava la barca con i remi e una sigaretta in bocca. Il grande mito americano entra così in una dimensione molto più piccola e personale. Prima di diventare frontiera, conquista o cinema, il West di Crase è un nonno, un padre, un bar, un fiume e una serie di luoghi che la memoria continua inevitabilmente a modificare.

Perché tutti indossano un cappello rosa?
Poi ci sono quei cappelli, enormi, rosa e quasi impossibili da ignorare. In un’immagine costruita intorno a uno dei simboli più tradizionalmente maschili della cultura americana, Crase introduce deliberatamente un colore e una teatralità che ne destabilizzano immediatamente il codice. Non serve però leggerli come una semplice provocazione estetica: per l’artista il cappello rosa è diventato un segno di uguaglianza, appartenenza e apertura emotiva, una sorta di uniforme paradossale che rende i suoi uomini parte della stessa comunità. Anche la somiglianza tra le figure contribuisce a questo effetto. Anna Zorina Gallery osserva come gli uomini dipinti da Crase sembrino spesso fratelli, duplicati o immagini riflesse gli uni degli altri; invece di contendersi il territorio, condividono gli stessi spazi e la stessa eccentricità, trasformando la tradizionale idea di virilità individualista in una rappresentazione della vulnerabilità e della cameratismo. È un cambiamento piccolo soltanto in apparenza. Se il cowboy classico dimostra la propria forza mostrando di non avere bisogno degli altri, quello di Crase sembra diventare forte precisamente attraverso il legame con loro. I suoi uomini non perdono necessariamente la propria mascolinità quando smettono di esibirla come una prova continua; acquistano invece la possibilità di essere ironici, affettuosi, stanchi, eleganti, strani e perfino fragili senza per questo uscire dalla scena.

E se il saloon fosse un luogo in cui appartenere?
Anche il saloon cambia funzione. Nel western classico è spesso il luogo nel quale si misura il potere: si entra, si beve, qualcuno provoca qualcun altro e la tensione può trasformarsi rapidamente in violenza. Nei dipinti di Crase rimane invece un elemento di spettacolo, ma diventa soprattutto uno spazio di relazione. I personaggi si riuniscono, condividono abiti e gesti, occupano interni pieni di lampadari, motivi a scacchiera, animali e decorazioni che sembrano trasformare il bar in una specie di teatro privato. In SWEETFELLA, Vigo Gallery descrive questi uomini come una comunità immaginaria di fratelli, performer, spiriti e differenti versioni dello stesso individuo; persino gli animali partecipano alla costruzione affettiva delle scene, con orsi e grandi felini associati alla protezione e alla memoria, mentre alcuni dettagli decorativi derivano direttamente dalla famiglia dell’artista. Le stampe zebrate e tigrate richiamano l’arredamento amato dalla madre, mentre il pianoforte compare come un omaggio al padre scomparso. Il risultato è un West nel quale l’appartenenza prende lentamente il posto della conquista. Non è più così importante chi possieda la terra, chi vinca il duello o chi dimostri di essere l’uomo più forte nella stanza; diventa più interessante capire chi viene fatto entrare nella stanza e se, una volta dentro, può sentirsi parte del gruppo.

Possiamo avere nostalgia anche di qualcosa che non è mai esistito?
Crase non dipinge una ricostruzione storica del West e non sembra interessato a farlo. In SWEETFELLA racconta di avere iniziato questa ricerca anche come risposta alla formula How the West Was Won, trasformandola in How the West Was Lost: un modo per ricordare che dietro il mito della conquista esistono anche la distruzione delle culture indigene, lo sterminio dei bisonti e una storia che la narrazione americana ha spesso reso più pulita e più eroica di quanto fosse realmente. La sua risposta non consiste però nel sostituire una mitologia con una lezione di storia illustrata. Crase costruisce deliberatamente un West che non è mai esistito davvero, popolato da uomini in cappelli rosa che privilegiano empatia e amicizia, da animali protettivi e saloon nei quali memoria familiare e invenzione convivono. Lui stesso definisce questi dipinti come storie di fantasmi appartenenti a un West forse mai realmente esistito ma che continua comunque a somigliare a casa. È qui che la nostalgia diventa particolarmente interessante. Non riguarda soltanto il desiderio di tornare a ciò che abbiamo perduto, ma anche la possibilità di immaginare retroattivamente ciò che avrebbe potuto essere diverso. Forse possiamo guardare il passato non soltanto per conservarlo o condannarlo, ma per modificarne simbolicamente i personaggi e capire che cosa succede quando concediamo loro comportamenti che la storia ufficiale aveva escluso.

Forse essere forti significa non doverlo dimostrare continuamente
Negli ultimi anni il mondo immaginario di Crase ha attraversato contesti molto diversi: dalle personali con PIERMARQ a Sydney a Shining Mountains da Sorry We’re Closed a Bruxelles, dalla prima personale americana Smoke On The River da Anna Zorina Gallery a New York fino a SWEETFELLA da Vigo Gallery a Londra durante la Frieze Week 2025. PIERMARQ ha inoltre presentato i suoi lavori a KIAF Seoul, EXPO Chicago, Sydney Contemporary e Untitled Art Miami, dando a questa mitologia profondamente legata al Montana una circolazione ormai internazionale. La ragione per cui quei cowboy rosa continuano a funzionare anche molto lontano da Butte potrebbe però avere poco a che fare con l’America in senso stretto. Il problema che sollevano è più universale: quanto della nostra identità deriva da caratteristiche che sentiamo realmente nostre e quanto da ruoli che abbiamo imparato a interpretare perché qualcuno ci ha spiegato che un uomo, una donna, un padre, un leader o una persona forte dovrebbe comportarsi in un certo modo? Crase non trasforma il cowboy in una caricatura della mascolinità contemporanea e non sembra interessato a cancellarne la forza. Gli permette semplicemente di possedere anche qualcosa che il mito gli aveva sottratto: tenerezza, bisogno degli altri, eccentricità, ironia e desiderio di appartenere. Forse è proprio qui che i suoi cappelli rosa smettono di essere soltanto un’immagine memorabile. La domanda non è più se un uomo possa permettersi di essere vulnerabile, ma perché per così tanto tempo abbiamo immaginato che la vulnerabilità lo rendesse meno uomo.
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