Giuseppe Gallace: dipingere ciò che manca
Interni domestici, figure che sembrano sul punto di apparire o scomparire, colori sospesi e dettagli che interrompono la logica della scena. Giuseppe Gallace costruisce dipinti nei quali ciò che manca conta quanto ciò che viene rappresentato. Nel 2025 Darte gli ha dedicato Fragmenta, una personale nella Sacrestia di San Francesco della Scarpa a Lecce: otto oli su tela per entrare in una pittura che non racconta storie complete, ma lascia allo spettatore il compito di immaginare ciò che è accaduto prima e ciò che potrebbe accadere dopo.

“L’osservatore viene sfidato giocosamente dall’artista in un esercizio mentale, in cui è invitato a completare il racconto e a colmare i vuoti.”
— Von Buren Contemporary, biografia di Giuseppe Gallace
Una stanza, qualcuno che forse c’era
Una stanza può sembrare familiare senza essere realmente accogliente. Possiamo riconoscere una sedia, un tavolo, una finestra, intuire la presenza di qualcuno e avere comunque la sensazione che qualcosa non torni. È in questa distanza sottile tra riconoscimento e straniamento che si sviluppa buona parte della pittura di Giuseppe Gallace, nato a Soverato nel 1993 e formatosi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Von Buren Contemporary, che oggi lo include tra i propri artisti, descrive una ricerca costruita attraverso interni domestici ed esterni nei quali le figure umane sono spesso soltanto suggerite e l’immagine, pur conservando una dimensione intima, produce una sensazione di alienazione. Gallace non sembra interessato a consegnare allo spettatore una scena perfettamente risolta. Nei suoi dipinti la narrazione rimane aperta, alcune forme sembrano interrompersi, i rapporti tra i soggetti non vengono spiegati e il colore non serve necessariamente a rendere più leggibile ciò che accade. La stessa Von Buren Contemporary individua proprio in questa incompletezza uno dei dispositivi centrali del suo lavoro: chi guarda viene invitato a colmare mentalmente i vuoti lasciati dall’artista, trasformando l’osservazione in una forma di partecipazione. La questione, allora, non è soltanto che cosa Gallace scelga di dipingere, ma quanto deliberatamente decida di non mostrarci.

L’assenza non è uno spazio vuoto
Nella pittura narrativa siamo abituati a cercare indizi che possano portarci verso una spiegazione: chi sono le persone, quale relazione le unisce, dove si trovano, che cosa è appena successo. Gallace utilizza molti di quegli stessi elementi, ma invece di organizzare la scena affinché convergano verso una risposta li lascia in una condizione instabile. Il risultato è una pittura nella quale il vuoto non coincide con la mancanza di contenuto, perché diventa precisamente il luogo in cui lo spettatore comincia a costruire ipotesi. Gli interni domestici sono particolarmente efficaci in questo senso. La casa è uno degli ambienti che riconosciamo più rapidamente e sul quale proiettiamo più facilmente memoria, sicurezza e appartenenza; nei dipinti di Gallace, però, quella familiarità viene continuamente disturbata da presenze ambigue, proporzioni, cromie e dettagli che impediscono all’immagine di stabilizzarsi completamente. Nel 2024 Von Buren Contemporary descriveva le sue tele come essenziali e inquietanti, attraversate da solitudine ma anche da una vitalità persistente, sottolineando ancora una volta come il racconto rimanga intenzionalmente incompleto. È una contraddizione importante: questi dipinti non sono vuoti perché manca qualcosa, ma diventano più densi proprio perché qualcosa manca. L’assenza costringe chi guarda a entrare nell’immagine con i propri ricordi, le proprie associazioni e persino con una certa inquietudine, perché una storia lasciata incompleta può essere molto più difficile da controllare di una storia che conosciamo già.

Fragmenta: otto dipinti dentro una sacrestia
Nel giugno 2025, nell’ambito di Lecce Art Week, Darte ha dedicato a Gallace la personale Fragmenta, curata da Irene fedele e allestita nella Sacrestia del Polo di San Francesco della Scarpa. Il progetto riuniva otto oli su tela e concentrava l’attenzione proprio sugli elementi che caratterizzavano maggiormente la sua ricerca in quel momento: interni domestici apparentemente familiari, figure ambigue, strutture appena accennate, cromie evanescenti e una narrazione continuamente interrotta. Itinerari nell’Arte e Arte e Luoghi, presentando il programma della quarta edizione, sottolineavano entrambi come il vuoto assumesse un ruolo centrale all’interno della mostra. Anche la scelta della Sacrestia contribuiva alla lettura del progetto. Non era la grande navata della chiesa, ma uno spazio più raccolto e laterale, storicamente legato alla preparazione, alla custodia e a ciò che precede il rito pubblico. Senza trasformare l’architettura in una spiegazione didascalica delle opere, quella condizione più intima permetteva ai dipinti di Gallace di essere osservati quasi come frammenti di una memoria privata, immagini incontrate in uno spazio di passaggio tra ciò che viene tenuto dietro le quinte e ciò che viene mostrato. Il titolo Fragmenta non indicava quindi semplicemente una pittura formalmente incompleta. Il frammento diventava un metodo narrativo: mostrare abbastanza da farci entrare e sottrarre abbastanza da impedirci di sapere esattamente dove siamo arrivati.

Quando il quotidiano smette di essere innocente
Una delle qualità più interessanti della pittura di Gallace è che non ha bisogno di introdurre necessariamente un evento eccezionale per produrre tensione. Molte delle sue immagini partono da ambienti e oggetti ordinari, ma qualcosa nella loro disposizione impedisce al quotidiano di rimanere completamente innocente. Le figure possono sembrare assenti pur avendo appena lasciato una traccia, oppure presenti senza diventare realmente accessibili; uno spazio può essere luminoso senza essere rassicurante, mentre un elemento naturale può apparire contemporaneamente vitale e fragile. Negli sviluppi successivi della sua ricerca questa ambiguità è diventata ancora più evidente attraverso il ricorso a elementi floreali. Nel 2026, in occasione della bipersonale Frammenti al SAC – Spazio Arte Contemporanea, il testo critico di Sofia De Pascali collocava esplicitamente Gallace in un territorio vicino al Realismo Magico, inteso come una soglia instabile nella quale quotidiano e fantastico convivono senza che l’immagine perda la propria apparente immobilità. I fiori, spesso fragili e sul punto di piegarsi, attraversano la superficie pittorica creando una tensione tra l’immaginario infantile che evocano e una sensazione molto meno rassicurante. Anche Exibart, raccontando la stessa mostra, osservava come quelle presenze floreali sembrassero abitare le scene e contemporaneamente estraniarsene, comparendo davanti a uomini e donne sospesi in un tempo indefinito. È una trasformazione coerente con ciò che già emergeva a Lecce: Gallace prende qualcosa che dovrebbe risultare riconoscibile e, senza distruggerlo, lo sposta abbastanza da farci perdere sicurezza.

Il frammento non è ciò che rimane
La parola “frammento” potrebbe suggerire una parte sopravvissuta alla perdita di un insieme originariamente completo, ma nella pittura di Gallace sembra funzionare in modo diverso. Il frammento non arriva necessariamente dopo la rottura; può essere la condizione iniziale attraverso cui l’immagine viene costruita. Una stanza, un volto, un fiore, una figura, una superficie cromatica non devono ricomporsi in una narrazione definitiva per avere significato, perché è precisamente la loro relazione instabile a produrre il campo nel quale lo spettatore comincia a muoversi. Questa idea emerge con particolare chiarezza nel modo in cui la critica ha letto i lavori più recenti. ATP Diary, recensendo Frammenti nel 2026, interpreta il frammento in Gallace come qualcosa di percettivo, capace di trattenere ciò che sembra sul punto di accadere all’interno di una sospensione quasi fiabesca; Exibart arriva invece a definirlo una grammatica, un linguaggio attraverso cui esprimere ciò che una totalità non riesce a contenere. È forse questo il punto che rende Fragmenta un titolo particolarmente adatto anche retrospettivamente. Gallace non sembra chiedere alla pittura di ricostruire un mondo integro, ma di rendere visibile l’impossibilità di possederlo completamente. Il dipinto non è una finestra aperta su una storia già avvenuta altrove; è il luogo in cui quella storia continua a cambiare mentre qualcuno la guarda.

Una ricerca che sta costruendo il proprio spazio
La personale leccese si inserisce in una traiettoria ancora giovane ma già attraversata da contesti differenti. Gallace vive e lavora a Torino, si è formato all’Accademia Albertina e ha partecipato nel tempo a mostre personali e collettive in spazi indipendenti, istituzionali e privati; oggi il suo lavoro compare nel roster di Von Buren Contemporary a Roma e in quello di altre realtà espositive, mentre le sue opere sono entrate in collezioni pubbliche e private. Nel 2023 Artribune registrava la personale Il vento dentro casa a Torino, titolo che già rende evidente quanto lo spazio domestico rappresenti per Gallace qualcosa di diverso da un semplice soggetto pittorico. Nel 2026, dopo l’esperienza di Lecce, la sua ricerca è stata presentata nella bipersonale Frammenti al SAC – Spazio Arte Contemporanea vicino Milano, mostra arrivata anche in seguito alla vittoria del Premio Candiani 2023/2024 con l’opera La Passeggiata. Non è necessario trasformare questa progressione in una narrativa lineare di consacrazione. Più interessante è osservare come lo stesso nucleo di interrogativi — memoria, assenza, domestico, fragilità, narrazione incompleta — continui a modificarsi entrando in spazi e relazioni differenti. A Lecce, Darte ha scelto di intervenire precisamente in questa fase: non quando la storia dell’artista è già completamente definita, ma mentre quella storia è ancora abbastanza aperta da poter cambiare direzione.

Lasciare una storia incompleta
La pittura di Giuseppe Gallace lavora quindi su una forma di generosità insolita: invece di controllare completamente ciò che lo spettatore deve comprendere, lascia una parte dell’immagine disponibile all’interpretazione. Non significa rinunciare alla costruzione formale, perché ogni omissione deve essere abbastanza precisa da generare tensione; significa però accettare che il quadro continui a produrre significati che l’artista non può determinare interamente. È questa apertura a distinguere l’incompletezza dall’indeterminatezza generica. Gli interni, le figure, i fiori e le zone vuote non funzionano come enigmi da risolvere trovando la risposta corretta, ma come elementi capaci di attivare memorie e narrazioni differenti in chi osserva. La familiarità diventa allora uno strumento particolarmente efficace: riconosciamo abbastanza della scena da poterci entrare, ma non abbastanza da sentirci completamente al sicuro. Quanto deve mostrarci un dipinto prima che siamo noi a cominciare a raccontarlo? A Lecce, gli otto lavori di Fragmenta partivano proprio da questa soglia. Gallace non completava la storia per noi, e forse il punto era precisamente questo: ricordare che alcune immagini rimangono più a lungo nella memoria non perché ci abbiano spiegato tutto, ma perché hanno lasciato qualcosa irrisolto abbastanza a lungo da costringerci a tornarci.
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