Benedetto Pietromarchi: costruire un bestiario per un mondo che cambia
Uccelli, radici, creature marine e animali impossibili attraversano la scultura di Benedetto Pietromarchi, ma la natura non viene mai trattata come qualcosa di stabile da riprodurre. Formatosi tra scultura classica e architettura, dopo quindici anni a Londra l’artista ha ritrovato nella Maremma un territorio dal quale estrarre materiali, immagini e nuove mitologie. Dalla terracotta ai bestiari contemporanei, il suo lavoro osserva un mondo nel quale animale, vegetale, minerale e artificiale sembrano sempre meno separabili.

“Il giardino rappresenta l’interiorità dell’uomo, e sulla soglia abitano figure che spiegano e ammoniscono.”
— Benedetto Pietromarchi, intervista a My Art Guides
Gli animali non sono mai soltanto animali
Un pellicano può diventare un’immagine di sacrificio, un rapace incappucciato parlare di costrizione, un’upupa mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Nella scultura di Benedetto Pietromarchi gli animali conservano la propria riconoscibilità fisica, ma raramente rimangono confinati alla zoologia. La loro forma porta con sé mitologie, paure, comportamenti e proiezioni umane, trasformando quello che potrebbe sembrare un bestiario naturalistico in un sistema di figure attraverso cui osservare anche noi stessi. Nel 2020, presentando Guardians alla Josh Lilley Gallery di Londra, Pietromarchi spiegava a My Art Guides come il proprio interesse per gli uccelli fosse legato sia al loro fascino fisico sia alla quantità di significati archetipici che le culture hanno depositato su di loro nel tempo. È un meccanismo antico. Per secoli gli esseri umani hanno utilizzato gli animali per raccontare virtù, pericoli, poteri, divinità e comportamenti morali; Pietromarchi recupera quella capacità simbolica senza trasformarla in una citazione nostalgica. Le sue creature possiedono la precisione di chi conosce profondamente la costruzione scultorea, ma qualcosa nella postura, nella materia o nella relazione con ciò che le circonda impedisce loro di diventare semplici rappresentazioni della natura. È come se l’animale reale costituisse soltanto il punto di partenza per una forma capace di muoversi continuamente tra osservazione, memoria e immaginazione.

Dalla città alla terra
Il rapporto di Pietromarchi con la natura non è rimasto invariato nel corso della sua carriera. Nato a Roma nel 1972, si è formato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara e ha studiato architettura all’Architectural Association di Londra; ha poi vissuto e lavorato nella capitale britannica per circa quindici anni prima di stabilire uno studio nella campagna maremmana, mantenendo oggi la propria base anche a Roma. Il suo sito ufficiale individua proprio nel ritorno alla Maremma un momento decisivo, perché il territorio smette progressivamente di essere qualcosa da attraversare e diventa materia stessa della ricerca. In un’intervista del 2020 a My Art Guides, Pietromarchi raccontava questo cambiamento partendo da una fase precedente segnata dal viaggio e dal mare: dopo un lungo percorso in barca dall’Uruguay all’Olanda, il ritorno in Italia coincide con il desiderio di fermarsi e con una trasformazione del lavoro, che comincia a concentrarsi sempre più sul paesaggio e sulla natura della Maremma. Non si tratta però di un semplice ritorno bucolico alla campagna contrapposta alla città. Nel suo lavoro il territorio viene osservato, scavato e incorporato materialmente nelle opere, fino a rendere meno chiaro il confine tra ciò che la scultura rappresenta e ciò di cui la scultura è fisicamente composta.

La terra entra direttamente nella scultura
Questa relazione diventa particolarmente evidente in [adapt], progetto presentato nel 2021 da Francesca Antonini Arte Contemporanea. Per la mostra Pietromarchi raccolse nei dintorni del proprio studio argilla, radici d’ulivo, fogliame e frammenti di ferro provenienti dalla storia produttiva di Capalbio, utilizzando elementi reali del territorio per costruire un bestiario nel quale forme animali e vegetali cominciavano progressivamente a fondersi. Piume che diventano foglie, nervature vegetali che attraversano corpi di uccelli, radici trasformate in strutture: il sito dell’artista descrive il progetto come una ricerca sull’interconnessione tra mondo minerale, animale e vegetale e sulla capacità della natura di ricombinare continuamente i propri elementi in risposta al contesto. La questione ecologica entra così nel lavoro senza trasformare le sculture in illustrazioni di un messaggio ambientalista. [adapt] affrontava temi come rigenerazione, adattabilità delle specie, intelligenza vegetale e resilienza dei biosistemi attraverso forme che mantenevano un equilibrio formale fortemente legato alla tradizione scultorea. È proprio questa tensione a rendere interessante il lavoro di Pietromarchi: ciò che appare antico nella tecnica può raccontare problemi estremamente contemporanei, mentre una materia elementare come l’argilla diventa il luogo in cui immaginare organismi che forse non sono mai esistiti ma che sembrano perfettamente plausibili in un mondo costretto a trasformarsi.

Una scultura deve essere vista anche con il corpo
Prima ancora della Maremma e dei bestiari, nella formazione di Pietromarchi convivono due discipline che spiegano molto del modo in cui costruisce le proprie opere: la scultura classica studiata a Carrara e l’architettura affrontata a Londra. La Kenneth Armitage Foundation, che gli ha assegnato una fellowship tra il 2009 e il 2011, sottolinea come la formazione architettonica emerga soprattutto nella manipolazione della scala e nel rapporto tra l’oggetto e il corpo dello spettatore, mentre quella scultorea si manifesta nella precisione tecnica con cui vengono affrontati materiali differenti, tra cui terracotta, metallo e legno. Questo doppio sguardo impedisce alla scultura di funzionare soltanto frontalmente, come un’immagine tridimensionale da contemplare a distanza. Le opere occupano lo spazio, alterano la percezione delle proporzioni e obbligano chi guarda a confrontare il proprio corpo con quello, reale o immaginario, della creatura che ha davanti. Già nei lavori precedenti dedicati al viaggio, osserva la Kenneth Armitage Foundation, grandi strutture apparentemente utilizzabili come mezzi di trasporto oscillavano tra plausibilità costruttiva e impossibilità funzionale, facendo convivere solidità architettonica e assurdo. La stessa tensione sopravvive nei lavori naturalistici successivi. Anche quando Pietromarchi modella un uccello, una radice o una creatura marina, la questione non riguarda soltanto la fedeltà della forma ma lo spazio psicologico e fisico che quella presenza riesce ad aprire intorno a sé.

Guardians: mettere una creatura sulla soglia
Nel 2020 Guardians, presentata da Josh Lilley a Londra, ha riunito una famiglia di uccelli a grandezza naturale realizzati in terracotta e bronzo: pellicani, rapaci, upupe e altre presenze costruite come figure di passaggio tra dimensione terrestre e trascendente. La galleria descriveva queste sculture come portatrici di mitologie, speranze, ammonimenti ed emozioni, legate tra loro come se costituissero una piccola costellazione intorno alla psiche dell’artista. L’idea della soglia è centrale. Pietromarchi immaginava questi uccelli posati all’ingresso di un giardino simbolico, figure capaci di accompagnare e contemporaneamente mettere in guardia chi sta per entrare. In conversazione con My Art Guides, l’artista spiegava che quel giardino coincideva con una dimensione interiore dell’essere umano, mentre gli animali ne abitavano il limite portando con sé imperfezioni, virtù e archetipi. La natura non viene dunque idealizzata come un luogo puro nel quale rifugiarsi dalla società, ma utilizzata come uno specchio abbastanza distante da permetterci di riconoscere qualcosa di umano senza rappresentare direttamente un essere umano. Forse è proprio per questo che gli animali di Pietromarchi possiedono spesso un carattere così stranamente psicologico. Non stanno semplicemente davanti a noi: sembrano sapere che siamo arrivati.

La natura non è un luogo innocente
Il ritorno alla natura nella ricerca di Pietromarchi non coincide mai con l’idea di un mondo incontaminato rimasto fuori dalla storia. Al contrario, molte opere recenti partono proprio dall’evidenza che il territorio naturale sia ormai continuamente modificato dall’intervento umano. Per il progetto La Natura Ama Nascondersi, presentato a Roma tra il 2022 e il 2023, l’artista lavorò sul paesaggio del Tevere utilizzando anche terre raccolte lungo le sue sponde e costruendo sculture ispirate alle forme monumentali del Ponte Vittorio Emanuele II. Finestre sull’Arte raccontava un progetto nel quale storia urbana, mutamento geologico, equilibrio tra essere umano e animale e materia del fiume venivano messi direttamente in relazione. Un anno dopo, con Abyss da Josh Lilley, la ricerca si sposta verso il mare e osserva più direttamente le conseguenze dell’intervento umano sugli ecosistemi. La mostra costruisce un ambiente popolato da organismi marini, creature antropomorfe e forme fantascientifiche, utilizzando l’immaginario dell’abisso per ragionare contemporaneamente sull’origine della vita e sulle trasformazioni prodotte dall’uomo sulla natura. La natura, in questo senso, non è il contrario della civiltà. È ciò dentro cui la civiltà continua a intervenire, lasciando materiali, rifiuti, architetture, tecnologie e nuove condizioni biologiche. Pietromarchi sembra interessato proprio a questa zona contaminata, dove non è più possibile tracciare una linea netta tra ciò che cresce spontaneamente e ciò che abbiamo costruito.

Dal bestiario medievale all’immaginario digitale
La trasformazione più recente di questa ricerca rende ancora più evidente quanto il lavoro di Pietromarchi si muova tra passato e presente. Nel 2025 Wizard Gallery ha presentato a Milano Elsewhere, una bipersonale con Marko Lađušić nella quale Pietromarchi ha mostrato una nuova serie di sculture ceramiche policrome ispirate alla tradizione dei bestiari medievali. Quelle raccolte mescolavano animali realmente esistenti, esseri fantastici e interpretazioni morali del mondo naturale; Pietromarchi ne recupera la struttura per costruire creature ibride che non appartengono completamente né alla natura né all’invenzione. Wizard Gallery mette in relazione queste forme con l’immaginario contemporaneo, segnato da metamorfosi digitali, identità fluide e una crescente confusione tra reale e artificiale: le creature di Pietromarchi sembrano provenire contemporaneamente da un manoscritto antico e da un futuro ancora da immaginare, sospese tra animale, vegetale e forma sintetica. È un passaggio particolarmente interessante perché mostra come il bestiario non sia affatto un genere appartenente esclusivamente al passato. Anche oggi produciamo continuamente creature impossibili, soltanto che lo facciamo attraverso videogiochi, cinema, intelligenza artificiale, filtri e ambienti virtuali. La differenza è che Pietromarchi riporta questa capacità di metamorfosi dentro la materia. Di fronte a una cultura che può generare infinite creature in pochi secondi senza che nessuna di esse possieda un corpo, la ceramica impone peso, dimensione, fragilità, cottura e lavoro manuale. Non è nostalgia per un mondo pre-digitale: è un modo per chiedere che cosa succede quando l’immaginazione torna ad avere massa.

Fare qualcosa con le mani cambia ancora il modo in cui la guardiamo?
La traiettoria di Pietromarchi attraversa Londra, Carrara, Roma e la Maremma, passa dalla formazione architettonica alla scultura classica e arriva oggi a una ceramica capace di far convivere archetipi antichi, crisi ecologica e immaginario digitale. Il suo sito ufficiale registra personali con Josh Lilley, Visionarea e Francesca Antonini, la partecipazione alla Saatchi Gallery e alla Whitechapel Gallery e una pratica sviluppata nel tempo attraverso materiali e contesti molto differenti; nel 2026 Wizard Gallery lo ha inoltre incluso nelle proprie partecipazioni a miart e a Enter Art Fair di Copenaghen. Quello che tiene insieme questo percorso non sembra essere un soggetto specifico, quanto una domanda sulla nostra relazione con le forme viventi. Gli animali possono diventare simboli, le piante trasformarsi in anatomie, l’argilla contenere la geologia di un territorio e una creatura fantastica raccontare contemporaneamente un manoscritto medievale e un presente digitale. La scultura permette a questi passaggi di non rimanere metafore astratte, perché ogni trasformazione deve infine confrontarsi con una materia che oppone resistenza. È forse qui che il lavoro di Pietromarchi acquista una particolare attualità. In un’epoca in cui possiamo generare quasi qualunque immagine senza toccare ciò che rappresentiamo, le sue creature ricordano che immaginare può significare ancora modellare, cuocere, assemblare, raccogliere terra e conoscere il peso delle cose. La domanda non è se il lavoro manuale sia più autentico della tecnologia, opposizione troppo semplice per essere interessante, ma se il contatto con la materia continui a produrre un tipo di conoscenza che nessuna immagine completamente immateriale può sostituire.
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