Ambra Castagnetti: quanto di noi appartiene davvero solo a noi?
Serpenti, corpi legati, cera, orchidee, avatar e apparizioni digitali. Ambra Castagnetti costruisce un mondo nel quale umano, animale e tecnologico smettono continuamente di essere categorie separate. Dalla Biennale di Venezia al MAMBO di Bogotá, la sua ricerca parte da una domanda che riguarda tutti: se il nostro corpo viene trasformato dalle relazioni, dall’ambiente, dal desiderio e dalla tecnologia, quanto di ciò che chiamiamo “io” appartiene davvero soltanto a noi?

“Nel mio lavoro, il corpo non è mai un’entità singolare, ma un veicolo plasmato da forze che lo trascendono.”
— Ambra Castagnetti, statement dell’artista
Siamo davvero individui separati?
Pensiamo all’identità come a qualcosa di personale: il nostro corpo, i nostri ricordi, il carattere, le scelte attraverso cui impariamo a dire “io”. Eppure basta osservare più da vicino per accorgersi di quanto questa costruzione dipenda da ciò che esiste fuori di noi. Il corpo cambia con l’età e con l’ambiente, il modo in cui ci percepiamo viene influenzato dallo sguardo degli altri, le relazioni modificano il nostro comportamento e le tecnologie sono ormai entrate nella maniera in cui comunichiamo, desideriamo e costruiamo pubblicamente noi stessi. È precisamente su questa instabilità che lavora Ambra Castagnetti, nata a Genova nel 1993 e attiva a Milano. Formata prima in Antropologia e successivamente nelle arti visive alla NABA, Castagnetti utilizza scultura, video, installazione e performance per immaginare corpi che non sembrano mai completamente chiusi: possono incontrare altre specie, fondersi con materiali artificiali, attraversare rituali o assumere una forma digitale. Nel proprio statement parla esplicitamente di corpi “instabili, permeabili e in continua evoluzione” e di una ricerca interessata ai confini fluidi tra umano, animale e tecnologico. La sua non è quindi soltanto un’estetica dell’ibrido. Dietro quelle creature rimane una questione molto più vicina alla nostra esperienza quotidiana: se cambiamo continuamente attraverso ciò che incontriamo, dove possiamo davvero dire che finisca una persona e cominci il resto del mondo?

Il corpo non è mai soltanto nostro
Nel 2022 questa idea entra nella 59ª Biennale di Venezia, all’interno di The Milk of Dreams, attraverso Dependency. Castagnetti, selezionata per la prima edizione di Biennale College Arte, presenta nel Padiglione Centrale strutture in alluminio simili a tavoli operatori, serpenti in ceramica, una testa che richiama Medusa e sculture indossabili attivate da performer. La Biennale mette in relazione il progetto con il bondage BDSM, con antichi immaginari di trasformazione tra specie e con il concetto antropologico di mindful body, arrivando al nucleo della ricerca: per Castagnetti il corpo non possiede un’identità fissa, ma viene continuamente costituito dalle circostanze ambientali, sociali e politiche nelle quali si trova. Il titolo stesso, Dependency, sposta la prospettiva. Nella cultura contemporanea siamo abituati a considerare l’indipendenza come una condizione desiderabile e la dipendenza come qualcosa da superare, ma nessun corpo esiste realmente da solo: dipende dall’ambiente, dalla cura ricevuta, dagli altri esseri viventi, dalle strutture sociali e da una quantità di sistemi che molto spesso diventano visibili soltanto quando smettono di funzionare. Castagnetti porta questa evidenza dentro immagini ambigue, nelle quali essere legati può significare costrizione ma anche relazione, vulnerabilità ma anche possibilità di trasformazione. Il corpo autonomo, da questa prospettiva, comincia ad apparire quasi come una finzione rassicurante. Essere vivi significa essere continuamente esposti a qualcosa capace di modificarci.

La metamorfosi non appartiene soltanto ai miti
Serpenti, creature ibride e corpi in trasformazione potrebbero far pensare immediatamente alla mitologia, ma nella ricerca di Castagnetti la metamorfosi non è una fuga fantastica dal presente. È piuttosto un modo per rendere visibile qualcosa che accade continuamente, anche quando il nostro aspetto rimane apparentemente lo stesso. Cambiamo all’interno di una relazione, dopo una perdita, entrando in una nuova comunità, attraversando un’esperienza fisica o imparando a riconoscerci in un’identità che prima non riuscivamo a nominare. La trasformazione riguarda quindi tanto il corpo quanto il modo in cui interpretiamo quel corpo. Nel proprio statement Castagnetti descrive performance e rituale come strumenti capaci di produrre stati liminali, dissolvere identità fisse e mettere l’individuo in relazione con una dimensione collettiva. È significativo che una ricerca così interessata al futuro tecnologico torni continuamente anche verso forme antichissime di esperienza: riti, simboli, creature animali, devozione e pratiche attraverso cui gli esseri umani hanno cercato per millenni di organizzare il passaggio da una condizione all’altra. La metamorfosi, allora, non significa necessariamente diventare qualcun altro. Può significare scoprire quanto la persona che pensavamo di essere fosse già molto meno stabile di quanto immaginassimo.

Che cosa succede quando anche un angelo diventa digitale?
Con Supernature, presentata nel 2025 da Francesca Minini a Milano, la relazione tra corpo e trasformazione si sposta ancora. Nel percorso convivono paraffina, cera d’api, seta, pelle di serpente e orchidee, ma anche un film digitale in 3D e un angelo trasformato in ologramma. La galleria descrive Supernature come una soglia nella quale organico e invisibile, spiritualità e tecnologia, realtà e speculative fiction possono sovrapporsi; in .EXE, primo video digitale dell’artista, un avatar di Castagnetti attraversa ambienti metafisici interrogandosi su ciò che determina l’identità, mentre Seraphim porta una delle immagini più antiche della spiritualità occidentale dentro la perfezione straniante di un’apparizione tecnologica. La cosa interessante è che Castagnetti non tratta il digitale come il contrario della natura. L’ologramma non arriva a distruggere il sacro, così come la cera o l’orchidea non rappresentano automaticamente qualcosa di più autentico perché appartengono al mondo materiale. Tutti questi elementi vengono invece messi sullo stesso piano, come se il presente ci obbligasse ormai ad accettare che la nostra esperienza sia costruita contemporaneamente da corpi biologici, oggetti fisici, immagini sintetiche e spazi digitali. Anche la domanda sull’identità cambia di conseguenza. Se possiamo possedere una versione fisica e una digitale di noi stessi, se un avatar può parlare con la nostra voce e un algoritmo può imparare a riconoscere il nostro volto, quale di queste presenze consideriamo davvero meno reale delle altre?

A volte abbiamo bisogno di un rito per cambiare
Nel 2025 Castagnetti porta questa ricerca al Museo de Arte Moderno de Bogotá – MAMBO con Pánico efímero, la sua prima mostra istituzionale nel museo colombiano. Il progetto, realizzato dopo una residenza di due mesi a Bogotá, viene costruito specificamente per gli spazi del MAMBO e organizzato come un’opera totale articolata in tre momenti: rituale, icona e metamorfosi. Il museo descrive la mostra come un’esperienza dedicata alla mutabilità dell’identità, agli stati di transizione e alla relazione tra corpo, materia e ambiente, attivata anche attraverso una performance inaugurale. Qui il rituale diventa particolarmente importante perché permette di spostare la trasformazione dall’oggetto allo spettatore. Un rito esiste proprio perché una società riconosce che alcuni cambiamenti hanno bisogno di una forma: nascere, diventare adulti, sposarsi, morire, entrare o uscire da una comunità. Castagnetti utilizza questa struttura senza riprodurre un rituale storico specifico, costruendo invece situazioni nelle quali chi entra nella mostra viene invitato a percepire la propria identità come temporaneamente meno stabile. Forse continuiamo ad avere bisogno dei rituali proprio per questa ragione. Il cambiamento può accadere comunque, ma alcune trasformazioni diventano reali soltanto quando troviamo un gesto, un’immagine o un luogo attraverso cui riconoscerle.

Forse l’io è una relazione
Dalla Biennale di Venezia a Supernature e Pánico efímero, Castagnetti continua a cambiare materiali, luoghi e tecnologie senza abbandonare la stessa intuizione: ciò che siamo non nasce soltanto dentro di noi. Il corpo viene modificato dall’ambiente, l’identità dalle relazioni, il desiderio dagli immaginari culturali e la percezione di noi stessi dalle tecnologie attraverso cui continuamente ci rappresentiamo. La sua formazione antropologica e il passaggio tra scultura, video, installazione e performance diventano così strumenti differenti per affrontare un problema che rimane sorprendentemente semplice. La forza delle sue creature ibride sta forse proprio nel fatto che non sembrano raccontare un futuro completamente estraneo. Portano all’estremo una condizione che conosciamo già: siamo organismi biologici che dipendono da altri organismi, ma anche persone costruite da famiglie, relazioni, società, immagini, dispositivi e informazioni. Perfino quando ci sentiamo completamente soli, una parte enorme di ciò che chiamiamo identità è stata ricevuta, assorbita, scelta, rifiutata o trasformata nel rapporto con qualcosa che non siamo noi. Per questo la domanda più interessante davanti al lavoro di Ambra Castagnetti non è forse che cosa diventerà l’essere umano nel futuro, ma qualcosa di molto più vicino: se eliminassimo da noi tutto ciò che abbiamo ricevuto dagli altri, dall’ambiente e dal mondo che abbiamo costruito, che cosa rimarrebbe davvero dell’io? Forse molto meno di quanto immaginiamo. Ed è proprio in quello spazio condiviso, più che nella ricerca di una purezza impossibile, che Castagnetti sembra collocare la possibilità di diventare qualcosa di nuovo.
Continua a leggere

Benedetto Pietromarchi: costruire un bestiario per un mondo che cambia
Uccelli, radici, creature marine e animali impossibili attraversano la scultura di Benedetto Pietromarchi, ma la natura non viene mai trattata come qualcosa di stabile da riprodurre. Formatosi tra scultura classica e architettura, dopo quindici anni a Londra l’artista ha ritrovato nella Maremma un territorio dal quale estrarre materiali, immagini e nuove mitologie. Dalla terracotta ai bestiari contemporanei, il suo lavoro osserva un mondo nel quale animale, vegetale, minerale e artificiale sembrano sempre meno separabili.

Giuseppe Gallace: dipingere ciò che manca
Interni domestici, figure che sembrano sul punto di apparire o scomparire, colori sospesi e dettagli che interrompono la logica della scena. Giuseppe Gallace costruisce dipinti nei quali ciò che manca conta quanto ciò che viene rappresentato. Nel 2025 Darte gli ha dedicato Fragmenta, una personale nella Sacrestia di San Francesco della Scarpa a Lecce: otto oli su tela per entrare in una pittura che non racconta storie complete, ma lascia allo spettatore il compito di immaginare ciò che è accaduto prima e ciò che potrebbe accadere dopo.

Giampaolo Parrilla: dipingere dopo la crisi delle immagini
Reportage, propaganda, social network, sorveglianza, immagini di guerra e contenuti generati dall’intelligenza artificiale convivono ormai nello stesso spazio visivo. Giampaolo Parrilla utilizza la pittura per rallentare questo flusso e interrogare il modo in cui le immagini costruiscono ciò che consideriamo reale. Nel 2026 Darte ha curato a Lecce la sua personale Redemption Machines, negli spazi della Fondazione Palmieri, mettendo in relazione questa ricerca con la storia di un luogo segnato da protezione, disciplina e controllo.
