Geoffroy Pithon: cosa succede quando la pittura esce dalla cornice?
Carta, pigmenti, serigrafia, colori fluorescenti e installazioni monumentali. Geoffroy Pithon attraversa pittura e graphic design costruendo immagini che non vogliono soltanto essere guardate, ma diventare parte dello spazio.

“Il mio obiettivo è che il lavoro evochi una sensazione immediata di piacere e di gioia.”
— Geoffroy Pithon, intervista a MAĀT Gallery
Prima ancora dell’immagine, arriva l’energia
Davanti a un lavoro di Geoffroy Pithon è difficile cercare subito un soggetto. Arrivano prima il colore, il ritmo, le sovrapposizioni. Blu intensi, rosa, verdi, rossi e segni apparentemente spontanei costruiscono superfici nelle quali qualcosa ricorda una foglia, un animale, un vaso o un paesaggio, senza trasformarsi mai del tutto in figurazione. Nato nel 1988 e basato a Nantes, Pithon lavora soprattutto sulla carta, utilizzando la pittura come un linguaggio capace di muoversi dalla piccola opera fino all’installazione immersiva. La sua ricerca vive precisamente in questa zona instabile: abbastanza astratta da lasciare libertà allo sguardo, abbastanza familiare da farci credere di riconoscere qualcosa.

Dalla grafica alla pittura
La pittura arriva dopo una lunga esperienza nel graphic design. Diplomato all’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs di Parigi nel 2012, Pithon ha lavorato per circa otto anni come designer ed è stato parte del collettivo Formes Vives. Quando il gruppo si scioglie nel 2020, la pratica artistica prende progressivamente il centro. Ma la grafica non scompare: rimane nella relazione tra forme, nell’uso della carta, nella costruzione delle superfici e nella capacità dell’immagine di comunicare immediatamente. Pithon non ha quindi abbandonato un linguaggio per sceglierne un altro. Ha trasformato gli strumenti della comunicazione visiva in materia pittorica.

Il colore non deve chiedere permesso
Il colore è il motore della sua ricerca. Pithon prepara personalmente le proprie vernici a partire da pigmenti e legante acrilico, lavorando su superfici di carta liscia che permettono asciugature rapide, stratificazioni opache e gesti molto diretti. Nei lavori convivono tonalità dense e fluorescenti utilizzate con misura. L’artista ha raccontato di voler conservare qualcosa della luminosità RGB dello schermo dentro una pratica completamente fisica. È un cortocircuito interessante: una pittura che guarda a Matisse, Bonnard e alla tradizione modernista, ma è stata inevitabilmente educata anche dalla cultura digitale.
In un presente costruito da schermi retroilluminati, può la pittura competere con la velocità del digitale senza provare a imitarlo?

La carta non è un supporto minore
La carta è centrale perché permette alla pittura di comportarsi diversamente. Può essere dipinta a terra, tagliata, ricomposta, incollata, installata su una parete o estesa fino a occupare un’intera architettura. Pithon parte spesso da grandi superfici, individua frammenti che lo interessano e li rielabora in nuove composizioni. Il processo mette in crisi l’idea dell’opera come immagine definitiva: una pittura può diventare materiale per un’altra pittura. Il confine tra originale, frammento e collage comincia a perdere importanza.

Quando un quadro diventa un luogo
Le opere più grandi fanno capire dove questa ricerca può arrivare. Pithon è interessato alla presentazione spaziale della pittura e alla possibilità di costruire installazioni immersive e interventi architettonici. Nel 2026, per esempio, lavori monumentali come Sophie e Victoire, entrambi di 290 × 235 centimetri e realizzati con acrilico, serigrafia e oil stick su carta, sono stati presentati a Palazzo Nani Bernardo a Venezia nella collettiva The Open Wound. La pittura smette così di essere una finestra appesa alla parete e comincia a competere fisicamente con l’ambiente che la contiene.

Tra Matisse, Bauhaus e cultura punk
I riferimenti spiegano parte di questa libertà. Pithon cita la pittura inglese, David Hockney, Rose Wylie, Isabella Ducrot e artisti capaci di attraversare discipline differenti come Oskar Schlemmer e Mariano Fortuny. Guarda ai Nabis e alla capacità di autori come Bonnard di portare la pittura verso gli oggetti e le arti applicate. Ma nella sua formazione entra anche la cultura punk e hardcore frequentata da giovane: velocità, energia, sperimentazione e una certa resistenza alla finitura perfetta. Pithon stesso preferisce parlare di qualcosa di selvaggio e brutalista piuttosto che di un’immagine levigata.

La gioia può essere una posizione seria
C’è infine un elemento che distingue Pithon in un panorama contemporaneo spesso attratto dall’inquietudine: non sembra diffidare del piacere. Vuole che la pittura produca una reazione immediata, fisica, quasi nutritiva. Nel suo lavoro recente, da Carmina Paginata a Botanique Murmure, forme vegetali, oggetti, parole e frammenti di paesaggio costruiscono universi saturi di vita. La leggerezza, però, non coincide necessariamente con superficialità. Anche il piacere può modificare il nostro rapporto con uno spazio, farci rallentare o riattivare l’attenzione. Perché siamo così abituati a considerare profonda l’arte che ci mette a disagio, e molto meno quella capace di produrre energia? Forse è qui che il lavoro di Pithon diventa più interessante. Non chiede allo spettatore di decifrare un messaggio. Gli costruisce intorno un ambiente e gli lascia la libertà di abitarlo.
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