GaHee Park: cosa accade quando nessuno guarda
Donne sole, cocktail, pesci, finestre, amanti e presenze che sembrano comparire da un sogno. GaHee Park costruisce una pittura sospesa tra desiderio e inquietudine, nella quale ciò che è privato non rimane mai completamente al riparo dallo sguardo.

“Volevo trovare un modo per far entrare nel mio lavoro la mia esperienza e il mio sguardo.”
— GaHee Park, intervista a Elephant, 2020
Dietro la tenda
Una donna guarda dentro un bicchiere. Un pesce giace accanto alla frutta. Un’ombra sembra appartenere a qualcuno che non vediamo. Una finestra può aprirsi sul mare oppure essere un’altra immagine dentro l’immagine. Nei dipinti di GaHee Park gli elementi sono perfettamente riconoscibili, ma la scena nel suo insieme non lo è mai del tutto. È questa instabilità a rendere il suo lavoro così magnetico. Nata a Seoul nel 1985 e oggi attiva a Montreal, Park costruisce interni, nature morte, paesaggi e ritratti nei quali la realtà sembra continuamente scivolare verso la fantasia. Il 7 agosto 2026, il Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco ha inaugurato Behind the Curtain, la sua prima personale istituzionale negli Stati Uniti.

La tranquillità è soltanto apparente
I colori sono delicati. Le superfici sembrano levigate. Molte figure hanno una semplicità che può ricordare Henri Rousseau e una pittura volutamente naïf. Ma i soggetti raccontano altro. Erotismo, solitudine, desiderio, mortalità e piccoli segnali di pericolo entrano continuamente in ambienti apparentemente pacifici. Perrotin descrive da anni questa tensione nelle sue opere: scene di intimità e romanticismo nelle quali l’idillio ha spesso già iniziato a deteriorarsi. Nei lavori più recenti, persino una natura morta può diventare instabile: frutti maturano, animali compaiono, il tempo sembra attraversare contemporaneamente più momenti della stessa scena.

Chi ha il diritto di guardare?
L’intimità, per Park, non è semplicemente un soggetto erotico. È una questione di potere. Cresciuta in Corea del Sud, l’artista ha raccontato che da bambina disegnava immagini sessuali di nascosto e che sua madre, dopo averle scoperte, le bruciò. Trasferitasi negli Stati Uniti, lo studio della storia dell’arte le fece percepire con maggiore chiarezza quanto il corpo femminile fosse stato continuamente sessualizzato attraverso uno sguardo prevalentemente maschile. La risposta non è stata smettere di rappresentarlo, ma provare a cambiare la posizione dalla quale viene osservato.
Nei suoi dipinti il desiderio può quindi appartenere alla donna rappresentata, all’artista che costruisce l’immagine oppure allo spettatore che la osserva. Queste posizioni non coincidono necessariamente. Quanto di ciò che chiamiamo intimità rimane davvero privato nel momento in cui qualcuno comincia a guardare?

Ricordi che si comportano come sogni
Una delle caratteristiche più interessanti della pittura di Park è il modo in cui tratta il tempo. Le scene raramente sembrano appartenere a un momento preciso. Nel raccontare la propria pratica, l’artista ha paragonato il tempo a cerchi che avanzano come una spirale: esperienze simili possono ritornare continuamente in configurazioni differenti. Memoria, fantasia, sogno e immaginazione finiscono così sullo stesso piano. È per questo che alcune opere sembrano contenere più prospettive contemporaneamente o una pittura dentro un’altra pittura. Il quadro non registra un istante. Funziona piuttosto come la memoria: sovrappone ciò che è accaduto, ciò che immaginiamo sia accaduto e ciò che avremmo voluto accadesse.

Gli animali osservano tutto
Nei lavori di Park compaiono continuamente pesci, insetti, lumache, piante, uccelli e altri piccoli osservatori. Non sono semplici elementi decorativi. Quando arrivò negli Stati Uniti e non padroneggiava ancora perfettamente l’inglese, l’artista ha raccontato di essersi sentita quasi invisibile, presente nelle situazioni ma incapace di parteciparvi pienamente. Paragonava quella condizione al punto di vista di un animale domestico o di una pianta: vedere ciò che accade senza poter intervenire davvero nella conversazione. Una sensazione che è entrata nella pittura.
Da allora, nelle sue scene, non è sempre chiaro chi sia il vero spettatore. Noi guardiamo una donna. Un animale guarda lei. Una figura fuori campo forse guarda entrambi. La pittura costruisce una catena di sguardi nella quale nessuno possiede completamente la scena.

Il cinema dietro la pittura
Il carattere teatrale delle opere di Park non nasce soltanto dalla pittura. Cinema, narrazione e costruzione dell’inquadratura sono diventati riferimenti importanti della sua ricerca. In occasione di Behind the Curtain, l’artista ha co-curato con il filmmaker Michael Vass un programma cinematografico per YBCA che comprende film di epoche e provenienze differenti. Il filo comune passa attraverso voyeurismo, identità, rituali sociali, desiderio, doppelgänger, teatralità e storie che ne contengono altre. Persino Seafood Heaven del 2024 trae ispirazione da un’inquadratura di The Ceremony di Nagisa Ōshima.
Dal segreto allo spazio pubblico
Il percorso di Park rende particolarmente interessante la sua attuale personale a San Francisco. Dopo la formazione negli Stati Uniti — tra la Tyler School of Art e il Master ottenuto all’Hunter College di New York — la sua ricerca è passata attraverso mostre con Perrotin a Seoul, New York, Parigi e Tokyo, fino alla personale del 2023 all’Académie Conti del Consortium Museum, curata da Éric Troncy. Oggi Behind the Curtain, curata da Dorothy Dávila e aperta fino al 3 gennaio 2027, porta quelle immagini nate intorno a segreti, desideri e spazi interiori dentro un’istituzione pubblica americana.

Non tutto deve essere spiegato
Park ha raccontato di partire talvolta da una narrazione parziale, sapendo però che lo spettatore non arriverà necessariamente alla stessa storia. Un’ombra può essere un ricordo, una fantasia oppure qualcuno realmente nascosto sotto il tavolo. Il quadro deve poter sostenere contemporaneamente più possibilità. È forse qui che la sua pittura trova una posizione particolarmente contemporanea. Viviamo circondati da immagini costruite per essere comprese rapidamente: scorriamo, riconosciamo, classifichiamo e passiamo oltre. Park fa quasi l’opposto. Offre abbastanza elementi per farci entrare nella scena, ma non abbastanza per permetterci di chiuderla. Se un’immagine può contenere desiderio, paura, memoria e invenzione nello stesso momento, perché dovremmo obbligarla ad avere un solo significato? La forza di questi dipinti sta proprio nella loro resistenza alla conclusione. Dietro la tenda non troviamo necessariamente una risposta. Troviamo un’altra stanza.
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