Ding Shilun: dipingere il presente come una mitologia personale
Manga, folklore cinese, Goya, moda, cinema e cultura pop convivono nelle grandi tele di Ding Shilun. Nato a Guangzhou e attivo tra Cina e Londra, l’artista trasforma la confusione del presente in favole personali sospese tra seduzione e inquietudine.

“Descriverei la mia pratica come un proiettile ricoperto di zucchero.”
— Ding Shilun, intervistato da Alex Needham per W Magazine, 2024
Guardare un dipinto come entrare in un sogno
A prima vista, le tele di Ding Shilun seducono. Colori pallidi, figure eleganti, vegetazione, costumi, animali e superfici quasi trasparenti costruiscono mondi nei quali lo sguardo potrebbe perdersi a lungo. Poi qualcosa cambia. Compare un teschio, una figura assume una posa impossibile, un personaggio dei cartoni incontra una creatura mitologica. La scena smette di essere rassicurante. Nato a Guangzhou nel 1998 e attivo tra Londra e la Cina, Shilun utilizza proprio questa tensione per raccontare l’assurdità della vita quotidiana, mescolando esperienza personale, storia dell’arte e culture visive lontane tra loro.

Una cultura visiva senza confini
Nei suoi dipinti possono convivere Francisco Goya e l’animazione giapponese, antiche leggende cinesi e Disney, Gustav Klimt, moda, pubblicità e cinema. In Spectres in Rehearsal, presentata da Bernheim a Zurigo nel 2026, Cinderella, Cookie Monster e riferimenti agli anime entravano dentro composizioni costruite secondo la tradizione della grande pittura di storia. Non è citazionismo fine a sé stesso. Shilun appartiene a una generazione cresciuta dentro un archivio globale di immagini, nel quale alta cultura, meme, film, religione e ricordi personali possono occupare lo stesso piano. I suoi quadri rendono visibile proprio questa condizione.

Favole personali per emozioni difficili da spiegare
Shilun definisce le proprie narrazioni “favole personali”. I protagonisti non sono personaggi da decifrare attraverso una trama precisa, ma proiezioni di parti differenti di sé. Vivere tra culture e sistemi di riferimento diversi entra così direttamente nella pittura. A W Magazine l’artista ha raccontato di considerare le figure delle sue opere incarnazioni della propria esperienza, mentre all’ICA Miami ha descritto questi personaggi come proiezioni nate anche dalla confusione di vivere tra ideologie differenti. La mitologia diventa allora uno strumento per trasformare emozioni poco definibili in immagini che possono essere condivise.

La dolcezza nasconde sempre qualcosa
Questa ambiguità è particolarmente evidente in Hunter’s Whistle del 2024. Una figura androgina suona un flauto in mezzo a una vegetazione delicata, indossa un corsetto e porta con sé una balestra. Poco più in basso compare un teschio. Shilun ha definito il proprio lavoro una “sugar-coated bullet”: qualcosa che appare dolce e fragile prima di rivelare una componente disturbante. È una formula utile per comprendere molte delle sue opere. La bellezza attira lo spettatore; l’inquietudine lo costringe a rimanere abbastanza a lungo da chiedersi cosa stia realmente osservando.

Una tecnica antica per immagini contemporanee
Dietro l’apparente libertà delle composizioni c’è un processo estremamente controllato. Cresciuto in una famiglia legata alla pittura e formatosi tra la Guangzhou Academy of Fine Arts, la Slade School of Fine Art e il Royal College of Art di Londra, Shilun guarda alle tecniche della tradizione cinese senza imitarne semplicemente l’aspetto. Diluisce il colore a olio fino a ottenere strati sottili e trasparenti che ricordano il comportamento dell’inchiostro e dei pigmenti ad acqua sulla carta. Nelle grandi tele, questa leggerezza tecnica entra in contrasto con scene densissime, popolate da decine di dettagli e prospettive simultanee.

Dal racconto privato alla storia collettiva
Nel 2026 questa ricerca ha raggiunto una nuova scala. Dopo la prima personale museale negli Stati Uniti all’ICA Miami, Shilun ha presentato Apocrypha 未入典 al Song Art Museum di Pechino, la sua più ampia mostra fino a quel momento e la prima personale museale in Asia. Il progetto partiva dall’idea degli apocrifi: storie rimaste fuori dai canoni ufficiali, la cui autorità è incerta ma proprio per questo può generare interpretazioni alternative. È un passaggio significativo. La mitologia personale dell’artista smette di riguardare soltanto l’identità individuale e diventa una riflessione su come costruiamo la storia, su cosa scegliamo di ricordare e su quante narrazioni rimangano inevitabilmente ai margini.

Perché questa pittura parla del nostro tempo?
La forza della ricerca di Ding Shilun non sta semplicemente nel mettere insieme Oriente e Occidente. Sarebbe una lettura troppo facile. Il punto è che nelle sue opere nessuna cultura appare più isolata. Le immagini arrivano contemporaneamente dalla memoria familiare, dalla storia della pittura, da un film, da Internet o da un oggetto incontrato per strada. È probabilmente questa la condizione visiva più autentica del presente: viviamo circondati da riferimenti che appartengono a epoche e luoghi differenti e costruiamo continuamente nuove connessioni tra loro. Shilun non tenta di mettere ordine definitivo in questo caos. Lo trasforma in pittura. E forse è proprio per questo che le sue scene, pur essendo completamente immaginarie, ci risultano così familiari.
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