Bobbi Essers: l’amicizia merita un grande dipinto
Abbracci, mani, vestiti, automobili e frammenti di notti trascorse insieme. Bobbi Essers trasforma fotografie analogiche dei propri amici in grandi dipinti nei quali i volti spesso scompaiono. Al centro rimane qualcosa che l’arte ha raccontato meno di quanto pensiamo: il modo in cui l’amicizia contribuisce a costruire chi siamo.

“I miei dipinti cercano di preservare questi momenti fugaci di intimità, trasformandoli in spazi di riflessione e risonanza emotiva.”
— Bobbi Essers, Mack Art Foundation, 2026
Riconoscere qualcuno senza vederne il volto
Una mano appoggiata su una gamba. Una felpa blu. Un orecchino. Capelli biondi che entrano per pochi centimetri nell’inquadratura. Nei dipinti di Bobbi Essers il volto, quello che tradizionalmente ci permette di identificare una persona, spesso non compare. Eppure la sensazione di vicinanza rimane. Nata a Enschede nel 2000, l’artista olandese costruisce grandi tele partendo dal proprio gruppo di amici e da momenti realmente vissuti: viaggi, stanze, feste, automobili, attese e abbracci vengono trasformati in composizioni frammentate nelle quali sono i gesti a raccontare le relazioni. Museum MORE descrive proprio questi dettagli — una spalla, un orecchino, una ciocca di capelli, un abbraccio — come frammenti che assumono la consistenza di ricordi rimasti dopo una notte trascorsa insieme.

Che cosa rende qualcuno riconoscibile?
Eliminare i volti potrebbe sembrare un modo per rendere anonimi i personaggi. In Essers produce quasi l’effetto contrario. Più l’identità ufficiale scompare, più diventano importanti i dettagli che conosciamo soltanto quando frequentiamo davvero qualcuno: il modo di incrociare le braccia, un tatuaggio, un capo indossato continuamente, la postura assunta quando ci si sente al sicuro. Il ritratto smette così di coincidere con la somiglianza facciale e diventa una conoscenza più fisica e affettiva. La giuria del Royal Award for Modern Painting, vinto dall’artista nel 2023, sottolineava proprio la capacità di Essers di catturare l’intimità tra amici in maniera diretta e affettuosa, facendo entrare lo spettatore nel proprio universo personale.
Quanto dobbiamo conoscere una persona prima di riuscire a riconoscerla senza guardarla in faccia? Forse è questa una delle intuizioni più semplici e più efficaci della sua pittura: l’intimità possiede un proprio vocabolario visivo.

La memoria non assomiglia a una fotografia
Nella pratica più recente Essers parte da fotografie analogiche scattate agli amici. La scelta non è nostalgica. Una fotografia analogica concede uno scatto e nessuna anteprima immediata: riduce il controllo e conserva qualcosa dell’imprevisto. L’artista ha spiegato che proprio questa caratteristica le permette di mantenere le immagini meno costruite e più spontanee. In seguito, però, la fotografia viene smontata. Essers combina scatti differenti, cambia le proporzioni, interrompe corpi e ambienti e ricostruisce tempo e spazio prima di trasferire la composizione sulla tela.
Il risultato somiglia meno a un documento che a ciò che succede quando ricordiamo davvero qualcosa. Non recuperiamo necessariamente un fotogramma completo. Ritornano dettagli: una mano sul volante, qualcuno seduto accanto a noi, un colore, la sensazione di una stanza. La frammentazione non distrugge quindi il ricordo. È forse ciò che lo rende credibile.

Mettere l’amicizia su un piedistallo
Qui la scala diventa importante. Essers non conserva questi momenti in piccoli album privati: può trasformarli in dipinti di oltre due metri. Un gesto che sarebbe durato pochi secondi acquista settimane di lavoro e una presenza monumentale. La storia dell’arte occidentale possiede un repertorio enorme dedicato all’amore romantico, alla famiglia, al matrimonio, alla maternità, al potere o all’individuo. L’amicizia, pur essendo una delle relazioni che più profondamente costruiscono una vita, occupa raramente la stessa centralità. Essers compie quasi un’inversione: sono gli amici, e non necessariamente gli amanti o le figure pubbliche, a meritare il grande formato. Nel proprio statement del 2026 parla esplicitamente del desiderio di mettere le amicizie “su un piedistallo”, celebrando le persone che la circondano attraverso il processo stesso del ricordarle e dipingerle.
Perché continuiamo a considerare l’amicizia una relazione secondaria quando contribuisce così profondamente a determinare chi diventiamo?

Una generazione raccontata dall’interno
Essers parla anche esplicitamente di Generazione Z. Ma la sua pittura evita il rischio di trasformarla in una categoria sociologica osservata dall’esterno. È lei stessa parte del mondo che rappresenta. Le identità queer, trans, non binarie, cisgender, gay o eterosessuali convivono senza essere necessariamente spiegate o trasformate nel soggetto didattico dell’immagine. Museum MORE definisce questa apertura una forma di queer positivity: Essers lascia spesso volutamente indefiniti genere e identità, permettendo alla propria esperienza personale di aprirsi a una riconoscibilità più ampia.
È una differenza significativa. La diversità non compare come eccezione da raccontare, ma come normalità vissuta. Il quadro può parlare di identità proprio perché non deve continuamente dichiararla.

Fermare una generazione che non sta ferma
Nel 2026 Museum MORE ha affiancato Essers a Robin Wen in una mostra dedicata a due modi di raccontare la libertà di una generazione. Da una parte le sue tele tratte da fotografie analogiche degli amici; dall’altra i disegni a penna blu di Wen, legati alla Free Party e alla cultura rave. Il museo individua un elemento comune: entrambi isolano momenti cinematografici e costruiscono immagini aperte, nelle quali ciò che viene omesso conta quanto ciò che rimane visibile. La mostra è aperta a Gorssel dal 14 maggio al 15 novembre 2026.
Per Essers questo rallentamento è particolarmente significativo. Viviamo in una cultura che produce fotografie di amicizie, feste e viaggi in quantità quasi illimitata e le consuma con la stessa rapidità. Lei prende una di quelle immagini fugaci, la frammenta, la ridipinge lentamente e la porta fino alla scala museale. La pittura non compete quindi con la fotografia sulla capacità di registrare il momento. Fa qualcosa di diverso: decide quale momento merita di non scomparire.

Dal gruppo di amici alla città
La traiettoria recente mostra quanto rapidamente questa ricerca stia entrando in contesti più ampi. Dopo il diploma alla HKU di Utrecht nel 2022, Essers ha ricevuto nello stesso anno il Buning Brongers Prize e nel 2023 il Royal Award for Modern Painting; nel 2024 ha completato il master al Frank Mohr Institute. Nel 2024 Unit London le ha dedicato The World at Our Command. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 un suo lavoro è entrato alla Saatchi Gallery in Standing on the Shoulders of Giants II, progetto sviluppato con il Victoria and Albert Museum intorno alla visibilità delle artiste donne. Tra giugno e luglio 2026 Essers ha poi lavorato a New York come resident della Mack Art Foundation. In una città composta da milioni di incontri, l’artista ha raccontato di essere diventata ancora più consapevole di come tenerezza e appartenenza possano emergere nei luoghi inattesi.

Forse un ritratto non deve mostrare chi sei
La pittura di Bobbi Essers parte da un universo molto specifico: i suoi amici, i suoi ricordi, le fotografie scattate mentre la vita sta accadendo. Ma più il lavoro diventa personale, meno sembra avere bisogno di spiegare esattamente chi siano quelle persone. È questo il paradosso che rende le opere interessanti. Togliendo i volti, Essers non elimina l’identità: lascia emergere un’altra forma di riconoscimento. Sappiamo che quei corpi si conoscono. Lo capiamo da come si toccano, da quanto spazio concedono l’uno all’altro, dalla tranquillità con cui possono stare vicini. E forse l’amicizia funziona proprio così. Non sempre possiede i rituali pubblici dell’amore romantico o i legami formalizzati della famiglia. Gran parte della sua importanza esiste in momenti che sembrano troppo piccoli per entrare nella storia. Un viaggio in macchina. Una notte troppo lunga. Una mano. Una spalla. Qualcuno che rimane. Se sono proprio questi momenti a costruire una parte essenziale della nostra identità, perché dovrebbero essere troppo piccoli per la grande pittura? Essers sembra aver già scelto la propria risposta: li ingrandisce fino a farli occupare l’intera parete.
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