Gil Zablodowsky: dove il suono diventa geometria
Per IMAGO al MUST di Lecce, Gil Zablodowsky porta l’astrazione digitale in dialogo con l’architettura, il suono e lo spazio fisico. In questa conversazione con DARTE, l’artista riflette sulla geometria come linguaggio visivo, sulla traduzione delle frequenze acustiche in immagini, sulla tensione tra precisione tecnologica e presenza umana e su ciò che accade quando l’arte digitale abbandona lo schermo per entrare nello spazio reale.
Partecipi a IMAGO con Darte al MUST di Lecce. Cosa ti ha attratto del progetto e quale impressione ti sei fatto finora di Darte e del nostro modo di lavorare con gli artisti?
Mi ha attirato immediatamente il dialogo tra architettura storica e astrazione digitale contemporanea. Collocare forme moderne, costruite con estrema precisione, all’interno di uno spazio come il MUST crea una tensione molto forte tra passato e presente. Lavorare con Darte mi è sembrato fin dall’inizio un processo consapevole e trasparente; c’è un chiaro impegno nel riconoscere ai media digitali e contemporanei la dignità spaziale e l’attenzione curatoriale che richiedono.
Il cerchio ritorna continuamente nella tua pratica, quasi come un punto di equilibrio all’interno di un mondo frammentato. Perché questa forma continua ad attrarti?uovo titolo
Il cerchio, insieme alle forme geometriche fondamentali più semplici, rappresenta uno degli elementi primari attraverso cui costruisco un intero universo visivo. In una realtà rumorosa e iperaccelerata, queste forme essenziali diventano punti di gravità. Eliminano il rumore visivo e permettono alla geometria più semplice di costruire paesaggi minimali e astratti nei quali l’occhio e la mente possono fermarsi, respirare e ritrovare un centro.
Hai descritto il suono come un elemento centrale del tuo processo creativo. In che modo un suono può diventare immagine, forma o spazio?
La musica, i beat elettronici e le frequenze acustiche sono i catalizzatori diretti dei miei paesaggi visivi. Suono e geometria visiva condividono lo stesso DNA: ritmo, pulsazione, densità e intervallo. Quando ascolto una traccia o un beat, percepisco le vibrazioni acustiche come tensione spaziale, cadenza ritmica e topografia visiva. Tradurre il suono in immagine significa distillare onde sonore invisibili trasformandole in strutture geometriche essenziali: convertire beat e frequenze in orizzonti astratti, gradienti e spazi atmosferici.
Il tuo percorso nasce dalla comunicazione visiva e dal design, per poi estendersi a video, installazione, suono e arte digitale. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che un solo linguaggio non era più sufficiente?
È successo quando la composizione statica ha iniziato a sembrarmi soltanto un frammento di una realtà più completa. Il design mi ha insegnato disciplina, economia della forma e pensiero sistemico, ma l’esperienza umana è multisensoriale e si sviluppa nel tempo. Quando introduci il tempo, il suono e la risonanza dello spazio, il lavoro smette di essere qualcosa che semplicemente osservi e diventa un ambiente che abiti.
Lavori con la tecnologia cercando allo stesso tempo di portare calore, presenza e qualcosa di profondamente umano nel mondo digitale. Come eviti che la tecnologia renda un’opera troppo fredda o troppo perfetta?
Introducendo nella precisione digitale il calore organico del ritmo e della luce naturale. Il software tende per sua natura a produrre calcoli sterili, mentre la musica e i beat introducono una pulsazione intrinsecamente umana. Utilizzo gradienti sottili, transizioni cromatiche e una scansione armonica per trasformare strutture digitali nette in paesaggi astratti immersivi e respiranti, spazi che sembrano vivi invece che puramente sintetici.
Siamo abituati a vivere l’arte digitale attraverso uno schermo. Cosa cambia quando quell’opera entra in uno spazio fisico, incontra un’architettura e viene osservata accanto ad altre opere?
La scala, la luce e la presenza cambiano tutto. Su uno schermo, lo spettatore mantiene il controllo dell’opera nel palmo della propria mano. In uno spazio architettonico, invece, è l’opera a prendere possesso dell’ambiente e a richiedere una presenza fisica. Smette di essere un’immagine fugace all’interno di un feed e diventa un oggetto nello spazio, capace di interagire con la pietra, con la luce naturale e con la presenza fisica degli altri spettatori.
Hai esposto in molti Paesi e contesti differenti. Quanto è importante per un artista uscire dal proprio ambiente abituale e portare il proprio lavoro di fronte a nuovi pubblici e nuove culture?
È fondamentale. Le opere assumono risonanze completamente nuove a seconda del contesto culturale e architettonico in cui entrano. Uscire dalla propria orbita abituale mette alla prova l’universalità del proprio linguaggio visivo: elimina i riferimenti familiari e permette di capire se l’energia, la forma e il peso emotivo del lavoro riescano davvero ad attraversare i confini.
Hai anche una solida formazione nel design e nella comunicazione. Pensi che oggi sia sufficiente realizzare opere forti o un artista deve anche imparare a presentarsi, comunicare la propria ricerca e costruire professionalmente la propria carriera?
Il lavoro deve sempre venire prima di tutto, ma produrre opere forti in isolamento rappresenta soltanto metà dell’equazione. Oggi la chiarezza della visione richiede anche chiarezza nella comunicazione. Comprendere la curatela, l’organizzazione dello spazio, la scrittura e l’esecuzione professionale significa fare in modo che l’integrità del lavoro non venga diluita quando passa dallo studio al mondo esterno.
Di cosa ha bisogno oggi un artista, oltre alla vendita delle proprie opere?
Di una concentrazione creativa senza compromessi, di una curiosità intellettuale ed estetica autentica e di spazi — fisici e istituzionali — che permettano un dialogo significativo e non affrettato. Al di là delle transazioni, un artista ha bisogno di risonanza: della consapevolezza che il proprio lavoro abbia generato in qualcun altro una pausa reale, un momento di riflessione.
Le opere che presenti in IMAGO esplorano la metamorfosi della luce, della forma e della percezione. Quando qualcuno lascia il MUST dopo averle incontrate, cosa vorresti che portasse con sé?
Una risonanza immersiva di luce, ritmo e spazio. Spero che i paesaggi astratti e le vibrazioni geometriche incontrate rimangano con lo spettatore, lasciandogli una sensibilità più acuta verso i ritmi, gli orizzonti e la bellezza atmosferica del mondo che lo circonda.
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