Il problema non è l’AI. È che ci sta mostrando quanto siamo prevedibili.
L’intelligenza artificiale non sta solo imparando a creare immagini. Sta imparando quanto facilmente può imitare quello che chiamiamo stile.

ART FRIED® Contemporary culture, served hot. Read in one shot. Digest later. La parte più inquietante dell’intelligenza artificiale non è che sappia produrre immagini belle. È che abbia imparato così velocemente a produrre immagini che sembrano già appartenere a qualcuno. Digiti poche parole e arrivano colori, composizioni, atmosfere, fotografia editoriale, surrealismo patinato, pittura gestuale, brutalismo digitale, tutto abbastanza convincente da farci riconoscere immediatamente un linguaggio. Questo dovrebbe farci riflettere più degli scenari apocalittici. Se una macchina riesce a imitare in pochi secondi ciò che percepiamo come stile, forse una parte di quello stile era già diventata formula. Non significa che l’artista sia sostituibile. Significa qualcosa di più fastidioso: che riconoscibilità e originalità non sono la stessa cosa, e che abbiamo passato anni a confonderle. L’AI potrebbe quindi fare all’arte un favore piuttosto crudele. Costringerla a spostarsi dove la macchina fa più fatica a seguirla: ossessione, esperienza, rischio, contraddizione, materia, contesto, decisioni inspiegabili che non nascono da una media statistica di ciò che ha già funzionato. Un generatore può imparare perfettamente l’aspetto di una cosa. Molto più difficile è capire perché quella cosa doveva esistere. Forse il futuro non dividerà semplicemente arte umana e arte artificiale. Dividerà le immagini che possiedono un look da quelle che possiedono una necessità. E se questa distinzione ci mette a disagio, probabilmente non è l’AI che dovremmo interrogare per prima. Art. Culture. No cold takes.
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