Less is less

Abbiamo trasformato il minimalismo in una religione del buon gusto. Forse a volte una stanza vuota è solo una stanza vuota.

di Leo Ferrante·19 ago 2026·1 min di lettura
Less is less

ART FRIED® Contemporary culture, served hot. Read in one shot. Digest later. Per anni ci hanno insegnato che togliere fosse automaticamente più sofisticato. Meno colori, meno oggetti, meno parole, meno rumore, meno tutto. Il minimalismo è passato dall’essere una posizione estetica radicale a diventare il linguaggio universale del gusto corretto: gallerie bianche, case beige, packaging quasi vuoti, loghi ridotti fino all’anonimato, ristoranti dove il piatto arriva con tre cose sopra e una di queste è aria. A un certo punto “less is more” ha smesso di essere una provocazione e ha iniziato a sembrare una clausola contrattuale. Il problema è che togliere non produce automaticamente precisione. Può produrre anche sterilità, codardia, mancanza di idee. Una parete vuota può essere potente, certo. Ma può anche essere semplicemente il posto in cui nessuno ha saputo cosa mettere. Forse il vero lusso contemporaneo non è più saper sottrarre, ma sapere quando aggiungere. Colore, ornamento, densità, contraddizione, persino eccesso: tutte cose che per anni sono state trattate con sospetto e che oggi tornano a sembrare sorprendentemente vive. Non perché il minimalismo sia morto, ma perché ha vinto troppo bene. Quando un codice diventa dominante, smette di essere neutrale e comincia a diventare prevedibile. E la prevedibilità, nel gusto, è molto più pericolosa dell’eccesso. Less can be more. Ma quando tutti fanno less, a volte less è semplicemente less. Art. Culture. No cold takes.

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