Romina Power, chi decide cos’è culturalmente ok?

Da Warhol a Baudrillard, celebriamo da decenni contaminazioni, cultura di massa e crossover. Johnny Depp dipinge, Robbie Williams espone al Moco Museum, Bob Dylan arriva fino al MAXXI. Poi Romina Power espone nella Off Gallery del MUST e a Lecce si apre il tribunale della legittimità culturale. Forse, allora, la questione non è capire se Romina Power possa dipingere, ma perché una parte del mondo culturale accetti la cultura pop quando arriva dall’estero e la disprezzi quando riconosce in essa qualcosa di troppo vicino alla propria storia.

by Andrea Tapparini·06 Oct 2026·1 min read
Romina Power, chi decide cos’è culturalmente ok?

La polemica sulla mostra al MUST non riguarda una cantante che dipinge. Riguarda chi stabilisce le gerarchie culturali, chi può permettersi di attraversarle e perché ciò che appartiene al nostro immaginario popolare diventa improvvisamente imbarazzante.

Il pianeta Terra ha una superficie di 510 milioni di chilometri quadrati. Ospita circa 8 miliardi e 300 milioni di esseri umani. Lecce, invece, occupa circa 230 chilometri quadrati. Si tratta dello 0.00004% dell'estensione complessiva del pianeta, e comprende solo 94 mila residenti. Basterebbero questi numeri, forse, per ridimensionare una certa tentazione tutta provinciale di trasformare l’esperienza di un piccolo territorio nella misura del mondo. 

Non perché Lecce non possa essere culturalmente rilevante. Può esserlo, e dovrebbe ambire a esserlo molto di più. Ma una cosa è produrre cultura da Lecce, un’altra è immaginare che i codici, le gerarchie, le relazioni e le piccole convenzioni sedimentate dentro un ambiente di novantaquattromila discutibili anime possano essere elevate a regole generali del mondo.

Romina Power negli studi di Canale 5 (2014).
Romina Power negli studi di Canale 5 (2014).

Nei giorni scorsi un dibattito ha animato la cultura cittadina leccese: quale progetto deve orientare i luoghi pubblici?

La prima cosa che colpisce è già dentro la domanda. Si parla di progetto, al singolare. Ed è forse proprio lì che comincia l’equivoco. Perché quando formuliamo il problema in questo modo immaginiamo inconsciamente che debba esistere un'unica visione prevalente, una sola linea capace di ordinare tutto ciò che accade sotto di essa. 

Questa tendenza, in Italia, appartiene spesso a una certa tradizione intellettuale, a quella parte politica che ha storicamente attribuito alla cultura e agli intellettuali una funzione quasi di direzione della società. Da questa tradizione discende anche, almeno in parte, un’abitudine che continua a riaffiorare: quella di pensare che la rilevanza intellettuale debba essere il fantino incaricato di guidare il cavallo della cultura. Quasi che chi possiede determinati strumenti teorici, una determinata formazione e un certo lessico acquisisca automaticamente anche il diritto di indicare agli altri che cosa debba essere considerato culturalmente valido. 

È un atteggiamento reso ancora più imponente da una caratteristica molto italiana: da noi la parola cultura viene pronunciata caricandola immediatamente di un peso monumentale. Appena compare, sembra che debba trascinarsi dietro l’intera tradizione filosofica dell’Occidente. Come se qualcosa potesse essere considerato culturalmente serio soltanto nella misura in cui riesce a dimostrare una parentela, possibilmente molto colta, con ciò che è già accaduto in passato.

“È così che si costruisce una parte dell’omologazione culturale: non semplificando la cultura, ma creando la paura di essere associati a quella sbagliata.”

— Andrea Tapparini

Purtroppo i nostalgici esistono anche da questa parte. E forse il punto è proprio questo: da almeno trent’anni non è più possibile parlare seriamente di cultura senza comprendere tutte le contaminazioni che il flusso inarrestabile del presente ha imposto. 

Arte, moda, musica, cinema, design, televisione, social network, intrattenimento: i confini sono diventati porosi e spesso quasi inutili. Continuare a difenderli come se fossimo ancora dentro un sistema di compartimenti stagni fermo al novecento significa semplicemente non aver capito cosa è successo nel frattempo. Basterebbe osservare alcuni degli intellettuali italiani che hanno saputo raggiungere pubblici enormemente più vasti di quelli tradizionalmente interessati alle loro discipline. Umberto Galimberti per esempio. La filosofia non ha smesso di essere filosofia perché è passata attraverso YouTube. È successo semmai il contrario: uno strumento nuovo ha consentito a temi che sarebbero rimasti confinati nelle università, nei libri o nelle sale di qualche festival di raggiungere persone che probabilmente non avrebbero mai aperto un saggio di filosofia. E per farlo è stato necessario compiere un’operazione che una certa cultura continua erroneamente a considerare sospetta: rendere comprensibile senza rendere stupido. 

Galimberti parla dell’amore, della giovinezza, della felicità, della morte. Questioni enormi, ma anche banali, antichissime, ma anche immediatamente riconoscibili da chiunque. Naturalmente dietro questi discorsi ci sono Platone, Nietzsche, Heidegger, Freud e decenni di studio. Ma non è necessario mettere tutto quell’apparato sulla porta prima ancora che qualcuno possa entrare. La profondità rimane alle spalle del linguaggio e lo sostiene. Non viene utilizzata come una barriera per selezionare chi sia degno di ascoltare. Se si presentasse davanti a un pubblico generalista limitandosi a una lezione accademica sulla dottrina platonica dell’anima probabilmente raggiungerebbe una piccola frazione delle persone che oggi sono disposte ad ascoltarlo parlare per un’ora. Non perché Platone sia diventato meno importante, ma perché il problema della cultura contemporanea non è soltanto possedere conoscenza: è sapere costruire il punto di accesso attraverso il quale quella conoscenza può incontrare il presente. Quindi Galimberti non ha banalizzato la filosofia per renderla popolare. Ha fatto qualcosa di molto più difficile: ha portato in alto la disciplina eliminando l’inutile distanza che spesso separa lo specialista da chi lo ascolta. Ed è una differenza enorme.  

Perché possedere una cultura smisurata non rende automaticamente intelligenti nel presente. Si può conoscere tutto ciò che è accaduto fino a ieri ed essere completamente incapaci di capire quello che sta accadendo oggi. Al contrario, le figure culturalmente più interessanti sono spesso proprio quelle nelle quali la quantità delle conoscenze incontra una forma di intelligenza altrettanto importante: la capacità di capire il proprio tempo. Capire quali strumenti stanno cambiando. Capire come cambia l’attenzione delle persone. Capire dove si sposta la conversazione. Capire che il pubblico non si trova più necessariamente nella sala nella quale si è sempre andati a cercarlo. E soprattutto comprendere anche che adattare il linguaggio non significa tradire il contenuto. Questa è forse una delle grandi incomprensioni di certo intellettualismo italiano: pensare che ciò che raggiunge molte persone debba necessariamente essere meno profondo di ciò che ne raggiunge poche. Come se l’inaccessibilità fosse una garanzia di serietà e la chiarezza una forma di compromesso. Non è cosi. Anzi.

“Questa è forse una delle grandi incomprensioni di certo intellettualismo italiano: pensare che ciò che raggiunge molte persone debba necessariamente essere meno profondo di ciò che ne raggiunge poche.”

— Andrea Tapparini
Barbie: The Exhibition — Design Museum, Londra, 2024–2025.
Barbie: The Exhibition — Design Museum, Londra, 2024–2025.

Detto questo, torniamo a noi. A Lecce. Leggiamo che il MUST, museo civico nel cuore della città, ospiterà dal 14 dicembre una mostra di Romina Power. La mostra sarà accompagnata da contenuti sonori realizzati da Yari Carrisi Power e sarà la prima esposizione della sua produzione pittorica in Puglia. Caso locale. Polemica. Domande sulle referenze critiche, sulla bibliografia specialistica, sul mercato, sulla legittimità museale dell’operazione. 

Ma, esattamente, che cosa ci sarebbe di strano? 

Partiamo da un dato che sembra essere stato rimosso dalla discussione: Romina Power dipinge da quasi sessant’anni. Non ha scoperto la pittura il mese scorso perché qualcuno le ha proposto una sala libera. Sul suo sito ufficiale racconta di avere iniziato da adolescente, nella Roma degli anni Sessanta, utilizzando colori a olio e tele della madre; e documenta lavori datati già 1968. Dice anche una cosa molto semplice: non ha mai smesso di dipingere. 

Questo naturalmente non significa che sessant’anni di pittura producano automaticamente buona arte. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Come sarebbe una sciocchezza sostenere che una laurea, una cattedra e una galleria rendano automaticamente interessante qualcosa. Significa però che la pittura non è una trovata estemporanea costruita intorno alla notorietà di Romina Power. È una parte reale e continuativa della sua biografia creativa. E non è neppure vero che non abbia mai esposto. La sua attività documentata comprende il Palagio di Parte Guelfa di Firenze nel 2003, Palazzo Medici Riccardi nel 2004; la Galleria Tondinelli di Roma nel 2005. Il suo archivio ufficiale riporta inoltre partecipazioni a Los Angeles nel 2013 e 2014 e una mostra veneziana già nel 2000. 

È una carriera comparabile a quella di un artista storicizzato? Evidentemente no. Possiede una bibliografia critica paragonabile a quella di un protagonista riconosciuto dell’arte contemporanea? No. Ma questa è precisamente la domanda sbagliata, perché nessuno sta proponendo di riscrivere la storia dell’arte italiana inserendo Romina Power tra Mario Schifano e Tiziano. Le si sta dando uno spazio per mostrare un lavoro che esiste. E quello spazio si chiama Off Gallery. 

Quando il Comune di Lecce la apre nel 2021 la descrive ufficialmente come una galleria destinata alla "sperimentazione e alla promozione dei talenti locali e non", un "luogo al servizio dei cittadini" e un "incubatore di esperienze e linguaggi artistici". Ancora più significativamente, la pagina amministrativa che ne disciplina l’utilizzo dice che la sala, di circa 140 metri quadrati, è separata dall’accesso ordinario al museo e può essere concessa per mostre temporanee di artisti locali e non, attraverso una richiesta da sottoporre a valutazione degli uffici competenti.

 
Quindi fermiamoci un secondo: che cosa dovrebbe ospitare una Off Gallery se non anche esperienze di questo tipo?


Uno spazio nato per la sperimentazione dovrebbe forse ospitare soltanto artisti che hanno già superato tutte le verifiche del sistema? Un incubatore dovrebbe accogliere soltanto ciò che è già stato incubato altrove? Per presentare il proprio lavoro bisogna prima dimostrare di possedere un testo critico di qualche critico fermo a cento anni fa, che tra l'altro si può ottenere facilmente pagando una somma come un qualsiasi altro servizio? Se fosse così non servirebbe una Off Gallery. E nel caso di Romina Power esiste un elemento ulteriore che rende l’operazione persino più comprensibile nel contesto specifico di un museo civico leccese: Romina Power non è una celebrity internazionale casualmente paracadutata in Puglia per tre settimane.

Il suo rapporto con questa regione attraversa più di mezzo secolo della sua vita. È stata sposata per quasi trent’anni con Al Bano Carrisi, ha vissuto a Cellino San Marco, qui sono cresciuti i suoi figli e oggi vive nuovamente nel Leccese. Questo legame entra persino direttamente dentro la sua pittura. Nel suo archivio compare "Bambina al mare", del 1975, dedicata alla figlia su una spiaggia pugliese; "Alba nel Salento", del 1987. E non è soltanto biografia privata. Nel 2014 il Comune di Avetrana le ha conferito la cittadinanza onoraria per meriti ambientali dopo il suo impegno contro lo scarico a mare previsto nell’area di Specchiarica. ANSA riportò allora le sue parole sul rapporto con quelle spiagge sulle quali aveva visto crescere i propri figli. Tre anni dopo la documentava ancora impegnata pubblicamente a fianco dei cittadini sulla stessa questione. Stiamo quindi parlando di una donna che possiede una relazione personale, familiare, creativa e civile con questo territorio lunga decenni. Poi c’è la questione che sembra quasi imbarazzante ricordare: Romina Power è enormemente popolare. La sua notorietà non costituisce una certificazione critica della sua pittura, ancora una volta, sono due piani differenti, ma in un museo pubblico è assolutamente legittimo considerare anche la capacità di una figura di produrre curiosità e avvicinare persone che normalmente non frequenterebbero una mostra. Con Al Bano ha vinto il Festival di Sanremo nel 1984; "Felicità" è diventata uno dei brani italiani più riconoscibili all’estero e ANSA ricordava già nel 2020 come quelle hit avessero fatto il giro del mondo. 

Romina Power negli anni 80.
Romina Power negli anni 80.

E allora proviamo a fare un piccolo esperimento di sostituzione dei nomi.

Nel novembre 2025 Johnny Depp è entrato ufficialmente nel roster di Deodato Arte, una galleria italiana strutturata, con sedi in diverse città e un catalogo nel quale compaiono, tra gli altri, Jeff Koons, David LaChapelle, Mr. Brainwash e altri protagonisti molto riconoscibili del contemporaneo. Depp ha presentato due lavori della serie "Yesterday’s Flowers". La notizia è stata ripresa senza particolare scandalo da tantissima stampa di settore, ricordando come l’attore dipinga e disegni da anni e abbia iniziato a mostrare pubblicamente il proprio lavoro nel 2022. 

Qualche anno prima un altro signore, conosciuto principalmente perché ha venduto decine di milioni di dischi cantando "Angels", aveva cominciato a presentare seriamente il proprio lavoro visivo. Si chiama Robbie Williams e oggi il Moco Museum di Barcellona gli dedica una personale, "Confessions of a Crowded Mind", aperta dal giugno 2024. È la sua seconda mostra con Moco dopo quella di Amsterdam; successivamente il museo londinese gli ha dedicato anche "Radical Honesty". A Barcellona le sue opere convivono nello stesso museo con programmi dedicati a Banksy, KAWS e con collezioni che comprendono Warhol, Haring, Basquiat e Kusama. 

E ancora Bob Dylan, che non nasce certo come artista visivo “legittimato” dal sistema accademico, ma ha poi esposto da Gagosian, al Modern Art Museum di Shanghai, al Frost Art Museum di Miami e perfino al MAXXI di Roma, la più grande istituzione nazionale sulla creatività contemporanea, che nel 2022 gli ha dedicato una grande retrospettiva con oltre cento opere.

Benissimo. Dove sarebbe il problema?

Nel sistema culturale contemporaneo non esiste più alcuna ragione seria per ritenere che una persona conosciuta attraverso un altro linguaggio creativo perda automaticamente il diritto di utilizzarne un secondo. Se Johnny Depp passa dal cinema alla pittura l’operazione ci appare immediatamente leggibile attraverso categorie come contaminazione, multidisciplinarietà, celebrity culture, crossover. Se Robbie Williams passa dalla musica alle arti visive e il più autorevole museo contemporaneo italiano costruisce intorno al suo lavoro una mostra capace di parlare anche a un pubblico generalista comprendiamo perfettamente il meccanismo. Anzi, con sfumature internazionali ci sembra quasi normale e affascinante.

 
Poi arriva Romina Power a Lecce e improvvisamente dobbiamo convocare il tribunale della storia dell’arte?

 
È qui che la faccenda diventa culturalmente interessante. Perché ho il sospetto che il problema, per alcuni, non sia davvero il passaggio di una figura popolare verso la pittura. Il problema è quale cultura popolare quella figura rappresenta. Johnny Depp arriva dall’immaginario hollywoodiano. Robbie Williams dalla pop culture britannica. Entrambi portano con sé quel tipo di aura internazionale che in Italia abbiamo imparato a leggere spontaneamente come cool. Romina Power, invece, porta sulle spalle qualcosa di molto più difficile da digerire per una parte della nostra intellighenzia: la cultura popolare italiana. La televisione generalista. La musica melodica. Sanremo. Le famiglie davanti alla televisione. Il sabato sera. I programmi di Rai e Mediaset. Canale 5. Le canzoni conosciute da persone che magari non sono mai entrate in una fiera d’arte contemporanea. Una cultura che per decenni ha formato l’immaginario di milioni di italiani e che una parte dell’ambiente culturale ha sempre osservato con una certa dose di imbarazzo, quando non con autentico disprezzo.

Ed è una contraddizione meravigliosa.

Bob Dylan — Retrospectrum, MAXXI, Roma, 2022–2023.
Bob Dylan — Retrospectrum, MAXXI, Roma, 2022–2023.

Passiamo vent’anni a parlare di popular culture, studiamo Warhol, citiamo Baudrillard, celebriamo l’appropriazione, la cultura di massa, la televisione, la pubblicità, il consumo, il kitsch. Siamo perfettamente disponibili a riconoscere dignità teorica a qualsiasi prodotto della società dello spettacolo purché arrivi da New York, Los Angeles, Londra o al massimo Milano. Poi però, quando la cultura popolare è la nostra, quella che abbiamo realmente prodotto, guardato e consumato, improvvisamente ai critici, ormai lontani dal territorio da anni, puzza. 

Puzza perché li ricorda da dove vengono.

Ricorda a molti di loro che cosa guardavano la sera a cena con il marito o con la moglie, o peggio ancora da soli, davanti a un brodino e a una televisione accesa. Li ricorda che cosa cantava la zia di provincia quando da bambini li lasciavano qualche giorno a casa della nonna. Ricorda di che cosa parlava il padre ragioniere tornando da lavoro, quali programmi conosceva, quali canzoni canticchiava, quali volti della televisione facevano parte della normalità familiare. In altre parole, ricorda loro che quella cultura popolare che oggi guardano dall’alto in basso è esattamente la cultura dentro la quale sono cresciuti anche loro. 

Ed è forse questo il punto che dà più fastidio. 

Perché Romina Power non arriva da un altrove abbastanza lontano da poter essere trasformato in oggetto teorico. Non arriva da New York, non arriva da una sottocultura londinese, non porta con sé quell’esotismo internazionale che rende tutto immediatamente più presentabile. Arriva da una memoria comune, domestica, persino banale. E proprio per questo tocca un nervo scoperto: ricorda a una certa classe intellettuale italiana che prima di costruirsi un linguaggio, una postura e un sistema di appartenenze veniva dallo stesso mondo popolare che oggi tendono a disprezzare. 

Il problema non è essere cresciuti dentro quella cultura. Tanti italiani sono cresciuti dentro qualcosa di simile. Il problema è averla rimossa, averla considerata una parte imbarazzante di sé, e aver costruito successivamente un’identità fondata sul suo rifiuto. Da qui nasce spesso quella forma di snobismo particolarmente feroce che si trova nei piccoli ambienti culturali: non il gusto autentico per qualcosa di inedito e diverso, ma il bisogno continuo di dimostrare di non appartenere più a ciò da cui si proviene, magari perchè ci si è trasferiti a Milano.

E allora bisogna prendere le distanze dalla musica che ascoltavano i genitori, dalla televisione vista in famiglia, dalle forme popolari dell’intrattenimento, da tutto ciò che potrebbe ricordare loro una provenienza mediocre e troppo comune. Bisogna scegliere i riferimenti corretti, frequentare gli ambienti corretti, utilizzare il lessico corretto. Bisogna imparare a riconoscere ciò che il gruppo considera sofisticato e, soprattutto, a disprezzare ciò che considera mediocre.

È così che si costruisce una parte dell’omologazione culturale: non semplificando la cultura, ma creando la paura di essere associati a quella sbagliata.

E questa paura, nei contesti piccoli, può diventare persino una forma di disciplina sociale verso i più giovani. 

Si impara rapidamente quali artisti bisogna apprezzare, quali mostre bisogna trovare interessanti, quali nomi è utile conoscere, quali giudizi conviene condividere. Chi vuole avanzare dentro quel piccolo sistema anacronistico capisce altrettanto rapidamente quali parti di sé deve mettere da parte e quali invece deve esibire per essere ritenuto compiacente e magari "un bravo ragazzo". 

Non stanno soltanto giudicando Romina Power. Stanno prendendo le distanze da una parte della propria storia. Perché è molto più comodo raccontarsi di essere sempre appartenuti al mondo dell'arte, dei libri e delle gallerie, che ricordarsi che sono cresciuti tutti dentro una cultura molto più contraddittoria, popolare, televisiva, provinciale e ordinaria di quanto oggi vogliano ammettere. 

E forse proprio qui sta la cosa più ironica: nel tentativo disperato di non sembrare mediocri finiscono tutti esserlo. 

Forse dovremmo ricordarci che nessuno nasce pietra levigata e che il lavoro più serio, culturale come umano, comincia sempre dalla pietra grezza. Non c'è niente di sbagliato, caro critico, nel ricordarsi da dove si viene. E' semplicemente sbagliato, e poco elegante, disprezzare il proprio punto di partenza per convincersi di essere arrivati da qualche parte. 

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